Il cielo in una stanza: la commedia pungente di Punta Corsara

In attesa di Ascanio Celestini

Quando l’oggetto scenico diviene elemento fondante dell’impianto letterario: nel gioco infinito di scatole cinesi, nella trama a più linee, “il cielo in una stanza” è l’ennesima prova da parte di Punta Corsara che la commedia d’arte contemporanea è più viva che mai.
Partire dalla lezione di Bergson per superare il modello defilippiano è operazione ormai collaudata. Nello specifico, la pièce si impadronisce della dicotomia pasoliniana passione/ideologia e su questa antitesi -che è al contempo sintesi- si dipana lo spettacolo.
In continuo equilibrio sulle macerie, i protagonisti vivono sospesi in un tempo in cui passato e presente si rincorrono sino a scomparire in una voragine di assenze.
Siamo in via Miracolo a Milano a Napoli, nel 1959, quando una coppia decide di comprare la sua prima casa ignara che proprio il luogo più sicuro diventerà “tafango” in cui sprofondare.
Gli abusi edilizi hanno fatto crollare il palazzo e, nelle macerie, “senza un tetto sulla testa” vivono i superstiti inghiottiti da una resa totale, imprigionati nel loro stesso porto sicuro.
Cafiero, mosso da un barlume di speranza, fa conoscere agli altri inquilini l’avvocato, l’unico, che vuole intentare causa alla ditta costruttrice affinché abbiano un risarcimento.
Non tutti acconsentono a firmare: Alce Nero si rifiuta “A noi ci hanno fottuto quando ci hanno messo qua dentro. Siamo già morti, siamo il sogno di noi stessi”, dice nel tentativo di coinvolgere gli altri nell’esecuzione dell’avvocato “come atto sacrificale”.
Ne nasce lo scontro con Cafiero: “stiamo facendo peccato mortale, la macchia rimane per sempre” e afferma da buon democristiano “è possibile che in questo tafagno dobbiamo finire alla De Filippo?”.
Ci si interroga così sul senso stesso delle proprie esistenze trascinate via come polvere dalla scopa giù sino ai sotterranei dove si è auto-relegato il vicino che comunica attraverso il gabinetto.
“Ma quando abbiamo mai contato qualcosa noi?” ci si chiede in un “tempo che divora ogni cosa e ogni cosa divora il tempo”.
E così per decidere le sorti dell’avvocato -figlio di chi costruì il palazzo- s’invoca l’aiuto di quel primo inquilino Ceraseno per stabilire se le colpe ataviche vadano o meno punite.
Alce nero parla della “nostra psiche abituata quasi ad essere colpevole” e invita a spezzare le catene attraverso un atto sacrificale.
Cafiero, dal canto suo dissente: “una colpa non può estinguersi con un’altra colpa, siete già liberi: avete il potere di cambiare le cose”.
Il finale aperto trascina lo spettatore nell’infinita lotta che ogni giorno si compie in ogni angolo del globo, ad ogni latitudine: è qui Napoli, ma qualsiasi altra città può essere teatro delle umane miserie, solitudini, rimpianti. Nel superarli, nell’attraversarli sta la misura del proprio essere nel mondo. Nel rimanervi ancorati, immobili sta il dilatarsi del tempo in un finale che ci vuole far morire democristiani.
Simona De Maria