Asp di Cosenza nel caos, quella denuncia che fa tremare il Palazzo

I rappresentanti legali della casa di cura Cascini srl hanno presentato formale querela nei confronti della responsabile della “Spedalità”, Giuliana Bernaudo. Di fatto “consumando” quella presunta «incompatibilità» che in un documento precedente (inviato ai vertici dell'azienda ma anche a Cotticelli e Santelli) l'Aiop ha prefigurato già a maggio. In bilico una postazione di potere strategica nei confronti dell'universo milionario della sanità privata

Dalle parole ai fatti, evidentemente, il passo è stato così breve da risultare in continuità. In progress. L’Aiop (la “portaerei” che mette insieme tutte le cliniche private), a maggio “avverte” Cotticelli e i vertici dell’Asp di Cosenza che Giuliana Bernaudo, numero uno della “Spedalità” dell’azienda, rischia seriamente il profilo dell’incompatibilità perché alcune case di cura (soggette a rituale monitoraggio dalla sua stessa postazione apicale nell’azienda) avevano in mente di denunciarla per calunnia. Della serie, valla a cercare poi la serenità nel lavoro, “controllore” e “controllata” nello stesso tempo, “ispettrice” della “Spedalità” privata nel mentre proprio alcune di queste cliniche la denunciano per calunnia e la vogliono portare in tribunale. E due mesi dopo si va dalle parole ai fatti e dalle prefigurazioni di scenari “incompatibili” si passa alla cruda realtà. Eccola la denuncia-querela nei confronti di Giuliana Bernaudo, al vertice di uno degli uffici più impegnativi e strategici dell’Asp più grande e piena di euro che c’è in giro. La presentano, la denuncia, i rappresentanti legali della casa di cura Cascini srl che danno mandato all’avvocato Enzo Paolini di fare da procuratore e difensore.
Nel 2010 proprio Bernaudo è autrice «di una circostanziata denuncia per truffa aggravata nei confronti di diverse strutture» si legge nel documento “prefiguratore” dell’Aiop datato maggio. Ne segue «un lungo processo che si è concluso con l’assoluzione piena di tutti gli imputati per insussistenza dei fatti denunciati». Bernaudo è da poco stata trasferita ad altra mansione, siamo sempre nel 2010. Deve occuparsi di assistenza specialistica ambulatoriale per il distretto di Amantea. Ne diventa direttore, se è per questo. Ma è mansione che non vuole, nonostante sia più alta in grado e più densa di euro per lei la busta paga. E ha un sospetto forte, Bernaudo. Pensa al peggio. Fatta fuori e pagata meglio pur di levare le tende dalla postazione che occupava dal 2008, responsabile dell’Unità operativa di controllo delle strutture private accreditate. La “cassazione” dei quattrini che verranno. Evidentemente una poltrona più “calda”, sia pure meno alta in grado e meno pagata. «Il predetto incarico – parole di Bernaudo nella sua denuncia del 2010 ai carabinieri e in riferimento al fresco avanzamento di carriera – pur determinando un avanzamento sia in termini di prestigio che remunerativo, di fatto ha determinato il mio allontanamento dalla precedente attività racchiudendomi in una gabbia d’oro. Al fine di non poter più nuocere agli interessi e loschi affari nell’ambito sanitario provinciale». Già, la denuncia di Bernaudo. Perché dietro l’avanzamento di carriera e di quattrini pur di sloggiare dalla poltrona che controlla la sanità privata ci vede del dolo. E il 18 febbraio del 2010 si presenta in stazione dai Nas dei carabinieri esponendo fatti e circostanze che coinvolgono le strutture di ricovero “San Luca”, “Cascini”, “Arena” e “Istituto Ninetta Rosano Tricarico”. Queste strutture, secondo la denuncia di Bernaudo, avrebbero erogato prestazioni «in difetto dei requisiti organizzativi ed erogando in ricovero ordinario prestazioni erogabili in regime ambulatoriale». Della serie, per incassare più soldi pur avendo operato «in assenza dei requisiti minimi per l’accreditamento al Sistema sanitario nazionale e quindi percependo indebitamente somme di denaro a loro emolumentate dall’ente Regione Calabria indotta in errore attraverso artifizi e raggiri». Quindi presunta truffa ai danni del servizio sanitario, per farla breve. Alla fine delle indagini preliminari (con Bernaudo ripetutamente sentita) ecco la richiesta di rinvio a giudizio per tre delle quattro case di cura interessate e il giudizio che poi effettivamente arriva per i responsabili della casa di cura San Luca, per quelli della Cascini, per quelli della Arena «per rispondere degli illeciti amministrativi di cui al decreto 231 del 2001».
A processo tre case di cura su quattro denunciate per truffa dall’ex numero uno del controllo delle cliniche private. Partoriscono da qui sei lunghi anni (tra indagini e processo) finché, siamo nel 2017, «tutti gli imputati venivano assolti dai reati ed illeciti amministrativi loro ascritti per la riscontrata mancanza degli elementi essenziali delle fattispecie delittuose contestate». Per il Tribunale di Paola non c’è stato alcun illecito, alcuna truffa (parte civile l’allora Asl di Paola e l’Asp di Cosenza). Il fatto non sussiste. Non solo, Bernaudo non ma hai ritrattato in tutti e sei gli anni le gravi accuse nei confronti delle case di cure finite a processo. Da qui, ad assoluzione incassata, la denuncia-querela per calunnia nei confronti proprio di Bernaudo, prefigurata nel documento di maggio dall’Aiop. I legali rappresentanti della Cascini srl, nell’esposto presentato in procura, rincarano la dose perché, a loro parere, Bernaudo non poteva non sapere che le accuse erano infondate. «Tutte le ragioni fin qui esposte in ordine alla correttezza della condotta degli imputati e delle case di cura – sottoposte ingiustamente e per anni ad un procedimento penale lungo e gravoso – validate nella loro linearità, inequivocabilità e soprattutto insussistenza di alcun profilo penale, dal Tribunale di Paola, non potevano essere ignorate dalla Bernaudo, il cui agire fu, dunque, sorretto da consapevole malanimo nei confronti degli imputati, pur di perseguire una rivalsa nei confronti dei propri superiori gerarchici, per un trasferimento non gradito dopo essere stata ignorata per una sequela di rilievi pretestuosi ed infondati». Galeotto quel trasferimento, quindi, verrebbe da dire. Secondo i legali rappresentanti della Cascini Bernaudo perde lucidità e inscena, sorretta da «consapevole malanimo», una denuncia in procura che costa sei anni di indagini e processo a case di cura poi assolte dal Tribunale di Paola. Oggi queste stesse case di cura vanno al contrattacco, al contropiede. E denunciano per calunnia, ad assoluzione incassata. Nel mentre Bernaudo, giova ricordare, non è più a dirigere l’assistenza specialistica ambulatoriale di Amantea racchiusa «in una gabbia d’oro». Ma è rientrata alla grande nel giro che conta. È al vertice della “Spedalità”, cioè a dire un altro degli incroci ileludibili per tutte le case di cura. Da lei si deve passare per forza, dentro l’Asp più grande che c’è. Dirige il traffico ed il semaforo ma ora c’è un problema in più, a quanto pare. Alcune di queste case di cura vogliono trascinarla in tribunale (dopo esserne usciti) e quanto può essere “serena” una situazione del genere lo scrive proprio l’Aiop nel documento di maggio inviato al commissario dell’Asp e a Cotticelli.
«In questa situazione emerge in maniera palese e conclamata l’incompatibilità di Bernaudo a permanere in un ruolo che comporta l’esercizio di poteri e lo svolgimento di attività che per i motivi di cui sopra – e cioè per la calunnia che i soggetti assolti ritengono sia stata posta in essere e per l’instauranda (poi instaurata) azione penale dagli stessi annunciata – non può essere realizzata con la necessaria serenità, imparzialità ed oggettività di giudizio…».

I.T