Franza o Spagna purché se magna…

Tra un avvocato innocente (Manna) e un giudice inattendibile (Petrini), nel mezzo il ben noto luogo comune...

La funzione primaria del giornalismo “essere il cane di guardia pubblico contro l’illegalità a tutela della democrazia e del pluralismo” ci impone di essere garantisti nei riguardi degli imputati e indagati e, contemporaneamente, di sollevare perplessità e porre interrogativi su taluni aspetti delle inchieste giudiziarie e di darne una chiave di lettura socio-culturale.
Coerentemente, sul piano giuridico, l’avvocato Marcello Manna è innocente: non esiste una sentenza di condanna, le sue pubbliche dichiarazioni da noi riportate “Petrini è inattendibile, è un pentito bruciato”, sono predominanti rispetto alle propalazioni del magistrato, il quale, autoaccusandosi, ha confermato di avere tradito il giuramento prestato prima di assumere le funzioni di giudice.
Contemporaneamente, quali “cani da guardia”, abbiamo il dovere di analizzare e fornire le nostre chiavi di lettura sociologiche-culturali dei dati oggettivi della vicenda, divenuti di dominio pubblico.
Diversamente dalle interpretazioni fornite da altri giornali, presupponiamo che la busta consegnata a Petrini contenesse un innocente biglietto di invito ad un convegno e che la persona ritratta stesse esponendo ed illustrando i passi salienti di una memoria difensiva che teneva in mano, preoccupato, come tutti i difensori, del diffuso luogo comune “i giudici non leggono attentamente le carte processuali”.
Meraviglia, tuttavia, come un accorto e preparatissimo professionista abbia agito da sprovveduto e, come, il suo innocente comportamento, abbia potuto fomentare interpretazioni fuorvianti.
La regola aurea da osservare nei rapporti con i pubblici funzionari, soprattutto, in quelli con i magistrati sono, la prima, “le buste contenenti inviti a manifestazioni, devono essere consegnate, aperte, nell’ufficio di segreteria, in modo che una terza persona ne possa visionare il contenuto”, se recapitata direttamente al magistrato, il galateo imporrebbe di estrarre la brochure e di mostrarla all’interessato, la seconda, è contenuta nell’art.53 del codice deontologico “l’avvocato, salvo casi particolari, non deve interloquire con il giudice in merito al procedimento in corso senza la presenza del collega avversario” (in questo caso del P.M.) e, naturalmente, il magistrato deve sottrarsi a tale modalità di interlocuzione.
Se questo non è avvenuto ed essendo Manna innocente, ci deve essere una spiegazione, la più ovvia è che negli uffici giudiziari abbiano preso piede e si siano consolidate nuove prassi, alle quali gli operatori di giustizia si sarebbero adeguati: “le buste adesso si possono consegnare chiuse, direttamente al magistrato e prima della udienza una delle parti può liberamente conferire con il giudice”.
Stando così le cose, i riflettori devono essere spostati altrove, perché si è in presenza di una prassi discutibile e censurabile che, in termini statistici e probabilistici, apre le porte a fenomeni corruttivi o devianti.
Una volta presupposto che abbia preso piede il costume di consegnare buste chiuse direttamente al magistrato e di interloquire con esso, risulta logico e conseguenziale, in termini probabilistici o statistici, ipotizzare che su cento o mille buste consegnate, una determinata percentuale di esse possa contenere qualcos’altro e che l’abbandono delle regole auree sopra descritte sia finalizzato a fomentare la corruzione.
Numerosi giudici, specie quelli mediaticamente sovraesposti, in numerose dichiarazioni hanno ipotizzato che la percentuale dei loro colleghi corrotti si aggiri tra il 5% e l’8%.
Utilizzando questi parametri, l’equivalente sarebbe che, su mille buste chiuse, 50-80 non contengono innocui inviti di convegni e che, su altrettanti incontri, avvenuti nel chiuso di una stanza prima della pubblica udienza, 50-80 processi, su un migliaio, non siano stati decisi in modo imparziale e secondo il libero convincimento del giudice.
Insomma, ragionando in termini probabilistici e presupponendo la esistenza di queste prassi, il quadro è desolante, le situazioni ipotizzabili sono devastanti.
Dalle ipotesi accusatorie della vicenda Petrini e di altri magistrati indagati per analoghi fatti, si evince un altro aspetto e cioè che il corrispettivo da corrispondere ai giudici per il processo da aggiustare non è parametrato, per come avviene per gli onorari degli avvocati, al valore ed alla importanza della causa, ma è di gran lunga inferiore.
Insomma, sarebbero praticati prezzi modici o stracciati, ciò confermerebbe che non hanno stima né di se stessi né della loro funzione e ci sia consentito il termine, sono indecorosi e scadenti anche nella ipotetica mazzetta.
Una volta per corrompere un giudice si parlava “di botte da cento milioni a salire”. Oggi, facendo le dovute proporzioni, a quanto pare si possono comprare per un piatto di lenticchie.
Le vicende corruttive dei magistrati pongono, infine, un ulteriore interrogativo: l’intermediario (colui che per conto della parte processuale consegna “la mazzetta” al giudice), viene retribuito?
È lecito chiedersi se magari “avrà fatto la cresta”, facendosi consegnare, dal diretto interessato, un importo maggiore recapitandone al giudice uno minore e, all’insaputa di entrambi, ne avrà trattenuto il resto.
In questi casi, poiché nelle inchieste sono riportati gli importi delle mazzette percepite, la vicenda, nei rapporti interni tra l’intermediario e la parte interessata ad aggiustare il processo, potrebbe assumere altri pericolosi risvolti, che lasciamo immaginare.
La corruzione giudiziaria, fisiologicamente attuabile, nella maggior parte dei casi, tramite gli avvocati, a livello sociale produce altri due effetti. Uno positivo, la magistratura possiede gli anticorpi per isolare e combattere questo terribile virus. L’altro negativo, il cittadino è indirizzato a scegliere “i professionisti ammanigliati”, anziché quelli professionalmente corretti e preparati, tale modo di pensare falsa il libero mercato e la sana concorrenza.
In ultimo, non possiamo non esprimere vicinanza e solidarietà al giornalista vittima di una aggressione nonché compiacimento per le parole di condanna espresse dall’avvocato Manna.

Giustino Fortino