Da Scopelliti a Occhiuto, il “pacco sanità” ritorna a “casa”…

Undici anni di commissariamento con il debito che non ha mai smesso di crescere. Per di più con 320 milioni di euro all'anno di emigrazione sanitaria. La “cambiale” torna nelle mani di un presidente di Regione dopo 4 “stranieri”...

È sul finire del suo “regno” Agazio Loiero quando firma a tu per tu con Giulio Tremonti, allora ministro dell’Economia, l’accettazione del piano di rientro senza l’immediato commissariamento. Suona un po’ strano come “atto”. Come “resa”. Una specie di assegno posdatato con l’impegno che non sarebbe mai stato versato. In cambio, siamo al crepuscolo del 2009, Loiero incassa denaro suonante (ma non contante) per i nuovi ospedali in divenire. Ben 700 milioni di euro che però portano scritto sul retro delle banconote una postilla, deve vedersela “Infrastrutture Lombarde”.
Il tavolo finisce con una doppia, e beffarda, stretta di mano. Tremonti chiude un accordo che evita i bilanci in tribunale della sanità di Calabria nel mentre propone fatture da record ai grandi giri di affari del Nord. Le prime grandi fatture da record per le contraerei del Nord sulle ceneri della sanità di Calabria. E Loiero se ne torna a casa convinto, e contento, per aver evitato il baratro, più che certo in ogni caso che il commissariamento in termini stretti stretti è scongiurato. E per qualche mese rimane, scongiurato. Il tempo per Peppe Scopelliti di terminare le bottiglie di champagne fino all’estate del 2010, siamo all’alba del suo grande regno al vertice della Regione. Ha spalle larghe e voti e governo romano dalla sua parte e le carte predisposte (più o meno consapevolmente) da Loiero portano da una sola inevitabile parte, il commissariamento vero e proprio della sanità calabrese perché le rate firmate per il rientro sono tecnicamente ingestibili. E per tante ragioni, soprattutto per uno che ha da poco stravinto le elezioni. Non a caso le sigla, le cambiali, un governatore uscente, ai posteri le rogne.
Scopelliti non può essere né fesso né indifeso e per svariate ragioni. Due più due, o per meglio dire due meno due, e non può far altro che consegnarsi al commissariamento complessivo della sanità calabrese incassando però la nomina in persona come primo “re”. È lui medesimo il primo commissario ad acta al piano di rientro dal debito sanitario. Il primo di un decennio “largo” in cui il commissariamento produce il “miracolo” al contrario di veder lievitare ogni anno il debito con l’aggiunta di 320 milioni di emigrazione passiva sul conto per ciascuna chiusura di esercizio.
Comincia Peppe Scopelliti. Resta in sella più di 4 anni, più di tutti. Indossa la “corona” a fine luglio del 2010. Mica male per essere anche da poche settimane presidente di Regione. La mission è drammaticamente pioneristica come può esserlo camminare sui carboni ardenti. Se si volta indietro gli gira la testa, o si alza Fortugno dalla tomba.
Il “gendarme in casa” traccheggia, gestisce, è forte però. Ingaggia battaglia con Infrastrutture Lombarde e non teme niente e nessuno. Mette ordine politico in ogni contea, persino a Cosenza e con maniere spicciole, alcune memorabili. Ma il vento poi cambia (a tutti i livelli e in tutti i Palazzi) e si arriva più o meno fatalmente al secondo commissario che è il generale della Finanza Luciano Pezzi, già sub commissario con Scopelliti assieme a Urbani, D’Elia e Navarria.
Il commissario di un semestre, Luciano Pezzi. Così lo definisce la pubblicistica. Dal 19 settembre del 2014 al 12 marzo del 2015, giorno in cui arriva l’ingegnere Massimo Scura al vertice della sanità calabrese (con Urbani suo vice). Il più longevo, dopo Scopelliti. Dal 12 marzo del 2015 al 7 dicembre del 2018. Dentro il suo interregno c’è di tutto e di più. Dalle catene (solo) autominacciate di Oliverio alla “cometa” Renzi, gigantesca orbita che solca il cielo del Paese illuminandolo fino a scomparire.
Scura dritto, poi storto, poi ancora sempre dritto. Avversario e avversato, mal digerito ma mai indigesto. È il “vento” che fa poi i commissari finché non ne arriva un altro, di vento, ed ecco che il 7 dicembre del 2018 approda un altro generale (questa volta dei carabinieri). È Saverio Cotticelli, resta in carica fino al 7 novembre del 2020. A leggere le rassegne stampa del biennio, il punto più basso in termini di consenso “sanitario”. Prima di arrivare al video disarmante (e sconcertante) con “Maria” e col piano pandemico che dice di aver applicato senza averlo letto Cotticelli è anche protagonista “passivo” dell’improvviso strapotere Cinquestelle nelle stanze del comando. Che sono fumose e piene di polvere per tutti ma per chi sa di vederle una sola volta nella vita diventano persino esplosive. Con la “porta” sempre semiaperta per “generali” a Cinquestelle Cotticelli governa (?) la sanità calabrese diviso a metà tra sospetti e veleni. Comunque sempre sulle spine, fino a farle appassire, miseramente, assieme a lui.
Certi di aver visto tutto (non certo in meglio) con Cotticelli ecco che più o meno tutti sono rimasti sorpresi dalla “performance” del suo successore. Se non siamo ai rimpianti, poco c’è mancato. Arriva Longo nel novembre del 2020, non prima d’aver consumato le tragicommedie del red carpet dei commissari in pectore a sfilare fino a Zuccatelli che firma e dopo 9 giorni è costretto a fuggire (fucilato, su mandato seriale, dai media).
Quando il potere Conte-Cinquestelle presenta Longo, l’altro gendarme che in passato ha combattuto la super mafia, è solo petto che si gonfia. In pochi, pochissimi, immaginano che non è con Cotticelli che si può “dipingere” il quadro riassuntivo del baratro. Della serie, c’è sempre di peggio nella vita. Tra Dca sospesi, illegittimi, fatti e rifatti, sigarette e incompetenze si va in archivio con i Piani Covid mai applicati, il blocco delle assunzioni e la gestione della pandemia del secolo che se fosse stata affidata a sorte, o a tressette, avrebbe sorriso di più.
Undici anni di commissariamento tra fatture “padane” e poco allegra migrazione sanitaria alla cassa, 320 milioni di euro all’anno. E con il debito naturalmente lievitato. Inizia uno di “casa”, Peppe Scopelliti, nel 2010. Dopo 7 anni eccone un altro di conterraneo al comando, Roberto Occhiuto.
Ad occhio e croce ha un vantaggio sugli altri. È difficile fare peggio di chi lo ha preceduto…

I.T.