«Il Pd apra porte e finestre, fare entrare gente nuova…»

L'ex ministro degli Interni Marco Minniti fa il "filosofo" (ne è certamente un cultore della materia) intervistato da "il Giornale": basta ideologie vuote, basta correnti che servono solo a pochi per il mantimento del potere, serve aprire una straordinaria stagione riformista per tutta la sinistra coinvolgendo tutti (anche i radicali) con tutte le forze mediatiche possibili in campo

«La sinistra o è di popolo o non è».
Marco Minniti ora sì che gioca di disincanto. E può “permettersi” di ritornare nella sua teoresi, la filosofia che gli è più cara tra le discipline, «la vuota ideologia ha fallito». Ora sì che può farlo. Fuori dalle dirette leve del potere centrale (ma ben dentro quello “di rimando”, visto il posto di prestigio che occupa dentro una fondazione internazionale) recupera quel distacco che è il solo che consente (a chi ne ha le basi culturali) per lanciare moniti e appelli, spalmare visioni e strategie. Un po’ tardi? Chissà.
Intervistato da “il Giornale” a proposito della difficile coniugazione tra sicurezza e socialità, legalità e garantismo, ambiente e sviluppo e più all’infinito tra come mettere assieme “diavolo e acqua santa” nella società pandemica occidentale il “meglio” Marco Minniti lo offre però sul versante della pianificazione politica della “sua” sinistra. Ora che può farlo, ovviamente. E da “filosofo” non tradisce le aspettative soprattutto parlando a quel Pd che ha visto nascere con Veltroni nel 2007, «se non lo avessimo creato lo avremmo dovuto fare oggi per forza, ve ne è un bisogno pazzesco». Ma non basta chiamarsi Pd, secondo Marco Minniti. «Un partito così fatto è evidente che si arricchisce se al suo interno vivono espressioni programmatiche, culturali differenti. Diventa anzi un elemento di ricchezza oggettiva, che consente di parlare nella maniera più specifica possibile a pezzi e singole identità delle nostre società. E qui viene il punto dolente per il Pd…». Già, il punto dolente del Pd che (oggi) Minniti considera centrale. «Il Partito democratico non ce l’ha fatta fin qui. Perché quelle che noi chiamiamo sensibilità/correnti oggi sono diventate un’altra cosa. Una camicia di nesso per il Pd. Sono uno strumento di gestione del potere. Mi chiedo, da predicatore disarmato, può un partito che rischia di diventare una confederazione di correnti, affrontare la sfida che abbiamo di fronte nei prossimi anni?».
La “ricetta” in ultimo la tira fuori…«Si apra una fase costituente per un grande progetto di una sinistra che tenga insieme riformismo e radicalità. Aprire porte e finestre, fare entrare gente nuova. Una grande palestra del pensiero, utilizzando al meglio tutti gli strumenti della comunicazione e del web. Antonio Gramsci, discutendo della differenza che c’è tra un gruppo di comando e un gruppo dirigente, rimarcava una cosa che mi permetto di ricordare adesso: il gruppo di comando lavora per confermarsi in quanto tale. La verità di un gruppo dirigente, diceva Gramsci, è quella di costruire le condizioni del proprio superamento. Un gruppo dirigente si realizza davvero quando ha costruito un altro gruppo dirigente».

I.T.