Nel nome del Signore e del “tavoliere”: così i Ventura’s hanno fatto le “scarpe” a tutti…

Storia di potere, di consulenze, di Puglia, di alti prelati. E di calzature. Da Conte a Letta fino ad Emiliano e Boccia: la (poco) irresistibile candidatura della “Marcegaglia” del rilevato ferroviario

Quando Dalila Nesci si accorge che qualcosa bolle in pentola, fermenta come il bicarbonato, decide di uscire dal guscio e di spararla sul Corriere della Sera. Sente puzza di bruciato, dentro il Movimento. Teme imboscate e candidature alle spalle a forma di lame affilate. E al primo quotidiano nazionale affida “l’annunciazione”, mi candido alla presidenza della Regione e sono pronta a battagliare alle primarie contro Nicola Irto e altri che vorranno. Crede di aver conquistato così il “cuore” di Stefano Graziano (non ci vuole molto, è uno “romantico”…) e della regnanza Pd, Dalila Nesci. E nello stesso tempo, cosa più importante per lei, è convinta di aver spiazzato e soffocato in culla le chances di Massimo Misiti, temibile concorrente interno al Movimento che Nesci considera (non sbagliando) più quotato e spendibile di lei. Brucia i tempi, Dalila da Tropea. Spara per prima sul Corriere della Sera perché crede che sia solo da “dentro” che c’è da guardarsi per la candidatura alla presidenza della Regione. Ma non sa che il “possesso palla” non è mai stato gestito dal Pollino allo Stretto. Crea in ogni caso maretta, Nesci. E alimenta con la sua uscita una litigiosità interna al Movimento che aspettava solo la scusa buona per venire fuori. Ma mai e poi mai immagina che sono tutti “pupi”, lei compresa, in un teatrino da strada che apre e chiude tende gestite fuori da qui. E fuori portata. Giuseppe Conte proprio in questa fase fiuta che è il momento di scendere in campo per le cose di Calabria. Non ha molto tempo da dedicare al “caso” ma lo deve fare per forza. Ora sì che si può disvelare il (suo) piano. Fino a quel momento, fino all’intervista di Nesci sul Corriere, s’è solo limitato a reiterare il “no” a Nicola Irto, un “no” che Enrico Letta per la verità non si è mai fatto ripetere due volte, sia ben chiaro. Forse neanche una e mezza. C’è troppo casino dentro il Movimento, sussurra proprio l’ex premier al segretario Pd. Così non si tiene la piazza di Calabria, serve un nome che passa da “sopra il cielo” e che tiene sostanzialmente fuori tutti e nello stesso tempo tutti dentro (e prigionieri). Conte quel nome lo ha già nel “taschino”, come è del tutto evidente. Ma non è chiaro se è stato così abile a farlo arrivare al Nazareno per le vie del Signore oppure se ha condiviso la genesi del progetto proprio con Enrico Letta. Facendogli magari credere che in due tutto viene meglio nella vita. Fatto sta che è più o meno nel circondario temporale di questi incroci che un alto prelato di Calabria, che ama invocare il Signore e rimettersi nelle sue mani più a Roma che in patria, inizia a far circolare con forza “cristiana” il nome di Maria Antonietta Ventura. Un nome che con il “rosario” in mano né Fioroni, né Guerini, né Franceschini hanno incontrato con la benché minima lacrima sul viso. Quest’ultimo addirittura, Franceschini, con slancio fideistico inizia a far chiamate in giro e in piena candidatura (di facciata) Irto sonda sui cellulari che contano il nome della Ventura. La forza del Signore, del resto, fa miracoli e nemmeno uno se ne accorge quanto è potente. Perché vola alto, la fede, rimanendo sempre ben piantata però per terra e cosa c’è di meglio delle scarpe rifinite a mano della della griffe Ventura’s (De Tommaso, il marito) a scalare quasi tutti i vertici della Chiesa. In un niente, a metà tra scienza e fede, il nome della Ventura dilaga e ci mette il tempo di un sorriso a rientrare nel “taschino” di Giuseppe Conte dalla porta del Nazareno. Proprio quel nome che l’ex premier non vedeva l’ora di incassare. Storie di potere, di consulenze legali, di hub professionali per studi di fattibilità. E storie di Puglia perché si vola alto, lungo le ferrovie, nel Tavoliere. Terra di Ventura ma anche di Conte, di Boccia, di Michele Emiliano che in uno degli ultimi webinar giura che verrà in Calabria a metterci la faccia a sostegno di Maria Antonietta. È la forza della linea ferrata, del resto. Ancorata per terra come nessuno ma in grado di “volare” (nei cieli dei fatturati) più di Alitalia. Terra anche di inciampi, la generosa e avveniristica Puglia. Il consorzio con fatture multicolor dentro il quale ci finisce la “Ventura ferrovie” incassa una interdizione e soprattutto terribili sospetti, il riciclaggio di proventi di cosche di ‘ndrangheta. E la stessa griffe a metà tra Paola e Bisceglie, secondo la stampa locale pugliese di un paio di mesi fa, avrebbe patteggiato una condanna per corruzione e finziamento non trasparente ai partiti. Pozzanghere di fango, e scivolate, che in “trasferta” non è difficile incrociare. Quel che conta sempre e comunque è però la fede, sopra ogni cosa. E la concreta generosità. L’Unicef, del resto, è da una vita in campo per questo. E non a caso Maria Antonietta Ventura è leader in Calabria. Per lei pare stravedesse il marchio di fabbrica, l’ex presidente nazionale che solo il Covid poteva sottrarre alla prima linea. Conterraneo, certo. Chi più di lui. E con una “fede” incrollabile… I.T.