Il (vero) veto a Cinquestelle su Nicola Irto

Il blocco pentastellato sul nome durante i tavoli da remoto del centrosinistra ha origini non lontane dai circuiti romani. E che risalgono ad una parentela dell'ex presidente del consiglio regionale con soggetti malavitosi che il suo stesso avvocato non ha nascosto davanti al giudice, sia pure dimostrando la non incidenza

Un veto di ghiaccio duro più del cemento. Infrangibile per il (più o meno falso, e più o meno vero) moralismo d’attacco dei Cinquestelle. In ogni caso troppo per poter procedere al dialogo attorno alla candidatura di Nicola Irto in nome e per conto dell’intero centrosinistra. Ci ha provato Graziano, ai tempi dei surreali tavoli da remoto allargati a tutte le sigle. Ma Irto non è mai passato e con una scusa o con un’altra la palla è sempre stata rinviata in calcio d’angolo. Perché il veto, falsamente moralista ma certamente ostativo dei Cinquestelle, non è mai stato nemmeno affrontato.

Ha origini romane, il “muro”. E che non sono ostili ad ambienti  Antimafia. Origini che scavano nel tempo anche se il tempo è come una goccia lenta nella roccia, scendi scendi lascia il segno alla fine. Non è l’inchiesta sulla cosca Libri ad aver “irritato” la suscettibilità (falsamente) moralista dei Cinquestelle, le telefonate mediaticamente note nelle quali uno dei “picciotti” riferisce ai “superiori” che missione è compiuta dietro le urne, è stato votato anche Irto così come altri portati all’incasso. È toccato poi a Bombardieri chiarire che altri che non sono stati formalmente indagati non sono minimamente da citare a proposito di quell’inchiesta “Libro nero”, che ha disvelato la portata elettorale della potente cosca reggina. Della serie, Nicola Irto non è stato mai nemmeno sfiorato da quelle “sirene” e infatti non è da qui che trae origini il “muro” a Cinquestelle che di fatto ha fatto saltare il tavolo del centrosinistra unito. Occorre risalire al 2013 per trovarne traccia, genesi. C’è da decidere chi salvare e chi no dall’incandidabilità nel “sistema Arena”, ex sindaco di Reggio che ha conosciuto lo sciogliemento per infiltrazioni mafiose. Per Arena e altri 7 tra assessori e consiglieri comunali (trasversalmente intesi) scatta l’incandidabilità. C’è anche il giovanissimo Nicola Irto tra i banchi di quella “sfortunata” consiliatura. Giovane promessa del Pd che però esce pienamente indenne dal procedimento di incandidabilità assieme a Paris. Il tribunale accoglie la tesi dell’avvocato Alfonso Mazzuca che nella sua arringa, ovviamente in difesa di Irto, sottolinea che il giovane consigliere Pd non è stato assolutamente condizionato dalla ‘ndrangheta seppur imparentato con soggetti malavitosi. Detta in altri termini, non ci sono elementi per sostenere che basta un parente per sospettare un coinvolgimento. Il tribunale accoglie la richiesta dell’avvocato di Irto, lo stato di diritto compie il suo rito e la logica prevale su qualunquismo e (falso) moralismo. Prevale su tutto, tranne però che sul veto a Cinquestelle (con estrazioni “romane”). Che quella parentela, evidentemente, la considerano un po’ troppo liberando di fatto il campo ad una campagna elettorale che il duo del polo civico Tansi-de Magistris immagina già impostata sulle “note” del giustizialismo a prescindere. Quello che segue la sua strada indipendentemente dalla giustizia… 

I.T.