Il “nodo” di Talarico per “vestire” Pd e Cinquestelle

Il “re delle cravatte”, griffe di livello mondiale la sua, piace al sottosegretario Fraccaro e a Conte e soprattutto a Zingaretti. Per il Nazareno potrebbe essere questa una delle ultime carte per convincere i Cinquestelle a correre insieme (sia pure nascondendosi e senza simbolo...)

Le sue cravatte le indossa il principe Emanuele Filiberto ma cingono e hanno cinto il collo di Bush, Prodi, Berlusconi, Cossiga, Renzi. E un anno fa, quando ha spento 50 candeline in un party elitario ma non troppo nella Capitale, c’era mezzo mondo di destra e manca e del palcoscenico del giornalismo, a cominciare da Bruno Vespa. Cognome catanzarese, albori a Pizzo, Maurizio Talarico (di lui stiamo parlando) piazza le tende del suo sogno a Roma sul finire degli anni Novanta e da lì in avanti solo scalate per le sue cravatte. Sartoria di lusso che ha girato il mondo che conta e che si porta appresso pure la storia mica male della Calabria che ce la può fare (ma fuori dalla Calabria stessa, ovviamente). È proprio lui, Maurizio Talarico, l’ultimo “nodo” di cravatta che può “vestire” la disperazione del Pd e l’immaturità emotiva dei Cinquestelle. Una sua discesa in campo per la candidatura alla presidenza della Regione in nome e per conto non solo di un rinnovamento autentico, persino sopra giri rispetto ai parametri di Oddati e Graziano. Ma anche a certificare che il brand conterraneo può avere un senso se difeso con orgoglio industriale. Più o meno quello che gli aspiranti del potere speravano di ottenere dalla corsa mediatica di Pippo Callipo, progressivamente naufragata invece nei mari attorno al Vibonese. Perché con più di 20 anni sulla carta di indentità rispetto al necessario, intanto (è arrivato terzo su tre nel 2010). Perché eccessivamente polemico e minaccioso ancor prima di iniziare. Perché divisivo, soprattutto dentro la pancia dei Cinquestelle. E perché, non da ultimo, additato tra i “colpevoli” del mancato ingresso di alcuni Pentastellati nel governo. Chissà poi perché. Coltivata fin qui la sua come candidatura più grillina che democratica s’è arenata invece proprio per le coltellate interne al mondo irrazionale e fuori controllo dei Cinquestelle. Da qui, e a seguire, lo stesso schema ma stavolta al contrario e cioè con il Nazareno a disegnare i binari del treno. E caccia, ovviamente anche nevrotica, ad altri imprenditori di successo ma soprattutto esponibili con le loro storie. Da Florindo Rubbettino, nomination che è tuttora in campo (dalla sua la giovane età e il marchio editoriale che da Soveria Mannelli ha finito per stampare il meglio dei libri nazionali in giro). A Maurizio Talarico, appunto. Che “veste” con le sue cravatte il collo della società civile che conta, dentro e fuori il Paese. Lo schema espositivo resta quello di prima e anche se stavolta è il Nazareno a disegnare per terra i binari dell’operazione (non c’è molto tempo per decidere e convincere l’interessato, soprattutto) è pur sempre di genesi pentastellata che deve nutrirsi la candidatura. Se non proprio a furor di tutte le Cinquestelle perlomeno stavolta a furor di potere vero. Ed è con il plenipotenziario sottosegretario alla presidenza del Consiglio Fraccaro che Talarico dialoga e si intrattiene. Qualcuno si spinge persino a descrivere come una “chiamata” formale l’ultimo degli incontri tra i due. Talarico piace e si intrattiene con Fraccaro che a sua volta è espressione più diretta che mai di Giuseppe Conte, per capirci. E non sono poche le tracce che portano ad un incontro che il re delle cravatte avrebbe già avuto anche con Zingaretti. L’obiettivo è quello di stordire il tavolo da gioco con fatture brillanti e carriere conterranee di successo. E il nome di Talarico, per il Pd di Zingaretti in versione anche disperata negli ultimi tempi, è forse l’ultimo che può convincere i Cinquestelle di ogni ordine e grado almeno a non vergognarsi di correre per le Regionali. Perché una decisione ormai sembra presa dai grillini su scala nazionale, a cominciare dall’Emilia. Correre ma senza il simbolo. Con chiunque si avvicini purché con sole liste civiche. Quindi lontano chilometri a sufficienza dalla bandiera del Pd, in ogni angolo del Paese. Perché con il Pd a fianco si “sporca” la griffe dei grillini e soprattutto si perdono voti. Di questo Di Maio ormai ne è convinto e con ogni probabilità non si tornerà indietro. Dall’Emilia alla Calabria, corsa solitaria e civica per i grillini e senza simbolo, per non “sporcare” quantomeno la storia (ipotesi peraltro difesa dallo stesso Morra nel corso dell’ultima riunione tra deputati pentastellati). Quanto possa pesare poi in termini elettorali un movimento senza il “movimento”, senza simboli identitari in giro, è materia di Pagnoncelli che non farà fatica a trovare una risposta, la immaginano tutti. Però il Pd ci tiene ugualmente da matti a correre quantomeno con il “sogno” grillino appresso (e nascosto) e spera nell’adesione al progetto di Talarico (se accetta la nomination). Una lista del presidente in Calabria con l’appoggio perlomeno esterno delle “larve” Cinquestelle senza simbolo né storia. Almeno per stare insieme. Lista del presidente che avrebbe invece il sostegno della lista del Pd, di Dp, di una lista civica di sfondo ambientalista e persino di Italia Viva, anche se questa allo stato è solo una ipotesi. Che si lega, semmai, al “partitone” generale, che è poi quello a cui punta Renzi. Forse non è necessario aspettare la catastrofe emiliana (e di riflesso calabrese) per veder crollare il governo e riportare il Paese alle urne. Zingaretti, probabilmente Conte e persino Mattarella avrebbero maturato altre idee in materia (anticipate da Franceschini ieri al Corriere della Sera). Approvata la Finanziaria tutti a casa, di spontanea volontà. Ben prima di accappottarsi in Emilia tra plastica e acciaio. E voto politico anticipato a febbraio con urne assieme a Emilia e Calabria. Un election day micidiale che metterebbe tutto nello stesso pentolone. Anche le ambizioni mai nascoste di Renzi, che così sarebbe costretto a scendere in campo pure per le Regionali.
I.T.