Salute, Cittadinanzattiva: in Italia regione che vai cura che trovi

Cure disuguali a seconda del luogo di residenza. Dal riconoscimento dell’invalidità e dell’handicap al sostegno psicologico, dalle liste di attesa per visite ed esami all’accesso ai farmaci, i cittadini con malattie croniche e rare sperimentano sulla loro pelle che l’accesso e la qualità delle cure nel nostro Paese non è uguale per tutti. A certificarlo il XVII Rapporto sulle politiche della cronicità, dal titolo “Regione che vai, cura che trovi (forse)”, presentato oggi a Roma da Cittadinanzattiva, con il sostegno non condizionato di MSD. Queste disuguaglianze non sono state colmate dal Piano nazionale cronicità: sebbene questo sia stato ormai formalmente recepito da 15 Regioni, esso risulta, nella maggior parte dei territori, profondamente disatteso nei fatti come dimostrano i dati forniti dalle 47 Associazioni del CnAMC che hanno partecipato all’indagine. La prevenzione resta la cenerentola della sanità italiana: soltanto una associazione su tre certifica la realizzazione di corsi di prevenzione a livello nazionale che, in oltre l’80 per cento dei casi, sono promossi dalle stesse associazioni. Oltre l’80 per cento denuncia ritardi nella diagnosi, imputabili alla scarsa conoscenza della patologia da parte di medici e pediatri di famiglia (70 per cento) e al poco ascolto del paziente (42 per cento).

Molto carente l’integrazione tra assistenza primaria e specialistica (lo denuncia il 73 per cento), così come la continuità tra ospedale e territorio (69 per cento); il 41 per cento denuncia inoltre la mancata personalizzazione delle cure. Più di due associazioni su tre (68 per cento) denunciano lunghe liste di attesa: ad esserne afflitti soprattutto i pazienti del Lazio, della Campania e della Calabria. Solo una su tre afferma che visite ed esami per la gestione della patologia sono prenotati direttamente dallo specialista, mentre la maggioranza dei cittadini deve provvedere autonomamente, attraverso il CUP (60 per cento) o recandosi direttamente agli sportelli ospedalieri (28 per cento). I Piani di cura personalizzati sono attuati solo in alcune realtà e per il 40 per cento delle associazioni non esistono affatto. Anche i Percorsi diagnostici-terapeutici, laddove esistono, valgono solo per alcune patologie e soltanto in alcune regioni. In tema di assistenza ospedaliera, il 70 per cento lamenta di doversi spostare dalla città in cui risiede; il 53 per cento denuncia la mancanza di personale specializzato, uno su tre lunghe liste di attesa per il ricovero. Non sono pochi i casi di chi è costretto a pagare una persona che l’assista durante il ricovero (lo denuncia il 23 per cento) ed anche i casi di chi si porta i farmaci da casa (17 per cento). Nel caso delle RSA e lungodegenze, il primo problema è accedervi a causa delle lunghe liste di attesa (63 per cento), segue come problematica la mancanza di specialisti (37 per cento) e la necessità di pagare una persona per assistere il malato (26 per cento). La riabilitazione non è totalmente garantita dal SSN, visto che per un’associazione su cinque il cittadino deve integrare a proprie spese per avere le ore sufficienti e uno su tre deve addirittura provvedere privatamente del tutto. Non va meglio per l’assistenza domiciliare che, secondo l’82 per cento delle associazioni, viene erogata solo in pochi casi.