Autonomia, Bevacqua: il Pd dica un no chiaro e univoco

“Per il Pd è il momento di mettersi al fianco delle forze sociali ed economiche apertamente contrarie alla finzione chiamata autonomia”. Lo afferma il presidente della quarta Commissione del Consiglio regionale, Domenico Bevacqua, del Pd. “Mentre la propaganda – sostiene Bevacqua – tiene i fari accesi e le menti distratte sulla ‘invasione’ dei migranti la Lega continua in silenzio e sottotraccia a portare avanti il suo progetto di secessione dissimulata: nel vertice di governo di ieri, le intese sulle autonomie hanno fatto un altro passo in avanti e i gialloverdi hanno raggiunto un sostanziale accordo sulla parte finanziaria. Traducendo i tecnicismi, il percorso diventa sempre più chiaro: ogni Regione riceverà secondo quanto già riceve, i costi standard vengono rinviati nel tempo, il fondo di perequazione diventa un’ipotesi labile. Se – aggiunge il consigliere regionale del Pd – c’è una vicenda che svela oggi il vero volto della Lega di Salvini è proprio questo dell’autonomia differenziata. Se c’è una bandiera che il Pd ha il dovere di impugnare è quella della salvaguardia dell’unità nazionale. Le mezze parole, il detto e non detto, le distinzioni sottili, non bastano più: il nostro no alla deriva disgregatrice deve essere netto e inequivocabile. E deve esserlo a Torino come a Reggio Calabria. Già abbiamo sul groppone le distorsioni pseudo-federaliste di una riforma del 2001 pensata male e attuata peggio. Adesso – spiega Bevacqua – non si può essere complici di un vero e proprio furto di futuro che imporrebbe per legge alle Regioni meridionali di restare per sempre subordinate”. Per Bevacqua “se il Pd ha davvero la volontà di costruire una piattaforma politica alternativa uno dei pilastri essenziali deve essere il rifiuto degli egoismi territoriali. È il momento, per il Pd, di assumere una posizione unitaria e riconoscibile dai cittadini. Cogliamo anche – conclude il consigliere regionale del Pd – l’elezione di Sassoli a presidente del Parlamento europeo come il segno di una politica che apre alla condivisione e non intende rassegnarsi al ritorno funesto e asfittico delle piccole patrie”.