Calabresi e toghe di Calabria nello scandalo del Csm

Da Palamara al fedelissimo Spina, da Lepre a Fava. Il ruolo “conterraneo” è forte nel presunto intreccio magistratura-politica che ha in Lotti lo snodo cruciale

Almeno la metà del “serial” inquietante che insegue la procura di Perugia parla calabrese o lavora in uffici di procura calabresi. Ed è la metà che conta di più, a ben vedere. Se è vera solo una minima parte della tesi inquisitoria, e cioè che un comitato tra toghe e politica avrebbe indirizzato e avrebbe voluto ancora indirizzare nomine al Csm per gli uffici giudiziari sparsi in giro, potremmo essere solo all’inizio di un’ecatombe dentro il Palazzo dell’autogoverno istituzionale della magistratura italiana. Che stasera conoscerà un momento tesissimo con un plenum a forma di resa dei conti tra correnti. Il Capo dello Stato Mattarella fino a tarda sera ieri ha controllato tutte le virgole del discorso in aula che terrà il vicepresidente Ermini, che secondo indiscrezioni sarà inevitabilmente duro e senza mezzi termini. Lo stesso Ermini che ieri ha letto e poi nuovamente e di corsa secretato le intercettazioni sugli incontri tra toghe “guidate” da Palamara e il duo Lotti-Ferri. Proprio Luca Lotti, secondo la procura di Perugia, sarebbe il terminal e cuore pulsante dell’intrigo e in ogni caso l’uomo forte che vuole far cambiare rotta alla procura di Roma dopo il pensionamento di Pignatone. Procura di Roma che lo indaga per il caso Consip. Oggi il plenum sarà una tanica di benzina con una miccia piazzata di sopra ma due autosospensioni potrebbero ammorbidirlo un po’. Quelle dei magistrati Corrado Cartoni ma soprattutto (e veniamo alla Calabria) quelle di Antonio Lepre che non è indagato ma è stato intercettato in modo “imbarazzante” proprio in incontri con Palamara e il duo Lotti-Ferri. Lepre è pm in servizio presso la procura di Paola e secondo retroscena di stampa nazionale era il relatore nel Csm a sostegno della nomination di Marcello Viola a capo della procura di Roma. Uno dei nomi che voleva Lotti, secondo la procura di Perugia. Così da bloccare la “discesa” di Creazzo (sua la firma a Firenze negli arresti dei genitori di Renzi) nella Capitale. Forte il ruolo del pm della procura di Paola nell’intrigo, secondo gli inquirenti di Perugia. Ma ancora più forte quello di Luigi Spina, altro pm in servizio presso la procura di Castrovillari. Lui sì, indagato, per aver rivelato a Palamara proprio dell’inchiesta di Perugia che lo riguardava. Spina è così considerato da Palamara che lo sostituisce nel Csm a capo della corrente Unicost. E per stare nel Csm e per occupare un seggio decisivo per le assegnazioni decide addiritura di “retrocedere” di carriera chiedendo di passare dall’ufficio Gip di Potenza alla magistratura inquirente, oggi a Castrovillari.
Toghe di Calabria nel delicatissimo intrigo ma poi ci sono i calabresi purosangue nella faccenda. A cominciare, manco a dirlo, proprio da Luca Palamara passando per un altro magistrato al quale, secondo gli inquirenti, sarebbe stato assegnato un compito insidiosissimo e cioè quello di mettere in difficoltà Pignatone. Si tratta del pm calabrese in servizio presso la procura di Roma Stefano Rocco Fava. Suo un esposto contro Pignatone ma soprattutto contro Ielo (protagonista dell’inchiesta Consip). Un esposto scivoloso che secondo retroscena sarebbe stato perfetto proprio per inguaiare lui, Ielo. Primo passo verso la discontinuità col modello Pignatone che non piaceva tanto ai promotori del presunto intrigo.

I.T.