Solo una classe politica competente ci salverà dalla demagogia

 di Orlandino Greco

Gentile Direttore,
da qualche tempo la pubblica opinione si sofferma sulla classe politica. La ragione è evidente e persino scontata: perché vi è un senso di avvertita decadenza. La classe politica non è più portatrice di una sua cultura specifica, non più di quel tratto di distinzione che definisce la sua fisionomia e la sua funzionalità. Oggi più che mai si appartiene alla classe politica in via di improvvisazione, per effetto forse di una decisione estemporanea e non più per una robusta militanza maturata nei partiti storici. Il problema si pone oggi proprio perché i partiti storici non esistono più, o quantomeno perché avviati alla estinzione, seppur in qualche caso legati all’inerzia di una suggestione nominalistica, che in passato ha voluto significare ben altro che non la tentazione di assecondare umori populistici. La cultura del “capo” oggi si insedia nei luoghi del dibattito, dove un tempo si formavano le coscienze, dove un tempo si elaboravano progetti, dove un tempo si scandagliava una cultura intrisa di valori per tradurla in programmi operativi destinati a precedere e non ad inseguire i fenomeni sociali. Oggi la politica si basa sui sondaggi, si gratta la pancia del comune sentire per fare proclami, senza badare ad un indirizzo che sappia prefigurare il destino di un corpo sociale
Da questo ambiente culturale è venuta fuori l’attuale classe politica che pertanto mostra per lo più ( fatte salve estemporanee eccezioni) di non avere i fondamentali per una corretta cultura di governo, sia nelle istituzioni centrali dello Stato, sia in quelle periferiche. Se la formazione, la creazione e la selezione di una classe dirigente prima avveniva in maniera quasi spontanea per effetto delle esperienze che si avevano all’interno dei partiti, per effetto di una dinamica connaturata al loro modo d’essere, oggi che i partiti politici hanno quasi del tutto cessato le loro storiche funzioni, si pone in evidenza una sostanziale lacuna, che per forza di cose non può restare tale, che per forza di cose si deve colmare e che in effetti è stata colmata.​
Ed ecco il problema: da chi e da cosa, e come, è stata colmata ? Ci viene subito da pensare a personaggi di rilievo, più avvezzi alla comunicazione che non allo studio, più portati ad adeguarsi agli invalsi fenomeni sociali, che non ad indirizzarli, senza minimamente contrastare certe derive.
Ma siamo alle ipotesi più benevole. Ci vuole poco ad immaginare in questa ottica un terreno arato per affabulatori o imbonitori da fiera che si fanno araldi di ogni pulsione populista, senza minimamente immaginare scenari che possano evitarne le perversioni. Ed allora ci chiediamo: quanto spazio avrebbero avuto attualmente figure come Aldo Moro o Alcide De Gasperi o Enrico Berliguer che hanno contribuito a dare un significato ad ogni azione di governo che non si fermasse all’uscio di casa ? Non avrebbero avuto ciò che oggi di fatto si richiede ad un politico, cioè a dire una un presidio della scena e sulla scena, come avviene negli spettacoli e nelle rappresentazioni teatrali, avendo davanti un “pubblico” e non un “popolo”. La distinzione è fondamentale e decisiva per capire fino in fondo ciò che sta accadendo;“pubblico” e “popolo” non sono la stessa cosa, non si equivalgono, se non nelle esteriori parvenze: il primo si infiamma o si infuria, caricandosi di forti pulsioni emozionali; il secondo partecipa o critica (nel senso più elevato del termine) seguendo i canoni della logica e della ragione. Sono, questi, anche i tratti di distinzione che fanno il merito di un’autentica democrazia, nella misura in cui si dà più valore al popolo e non al pubblico.
Elementi questi che sfuggono ad una esatta comprensione, se ad assumere le redini di una nazione sono delle persone, certamente brave ad infiammare le piazze, ma non altrettanto capaci a risolvere in maniera autentica i problemi della collettività perché sguarniti di esperienza e cultura politica, prima assicurata da una militanza in un partito.
Quando il naturale corso delle cose non assicura più quel che si richiede davvero ad un politico, si dovrebbe intervenire anche sul piano normativo per riavere ciò che prima ci era stato dato dalla vecchia politica. Occorre allora che si mettano dei paletti, non certamente per togliere spazio a delle aspettative, ma per far in modo che le stesse siano corroborate da requisiti oggettivi.
Allo stato tutti possono concorrere a cariche elettive (basta la semplice cittadinanza ed il godimento dei diritti civili), ma sempre di più ci accorgiamo che non tutti ne sono capaci per propria formazione culturale. Manca una prioritaria selezione, che prima si affidava ad una sperimentata dinamica della fenomenologia politica. Oggi chi pensa di aver un seguito purchessia presso la pubblica opinione, ancorché avulso dalle tematiche che qui ci interessano e bensì dovuto ad una notorietà altrimenti acquisita può essere tentato di candidarsi alle elezioni, può ottenere con ogni probabilità i suffragi che servono per insediarsi ad una carica pubblica .
E’ razionale che accada tutto questo ?
Facciamo qualche osservazione, tanto per capirci. Per fare il Magistrato, che pure esercita una funzione di rilievo non certamente maggiore di quella esercitata da un politico, serve una laurea e poi un concorso, quindi una graduatoria ed in ultimo la designazione dell’organo di autogoverno (Consiglio Superiore della Magistratura); tanto vale anche per i pubblici funzionari e per i ruoli di rilievo che si assumono presso la pubblica amministrazione. Servono cioè dei titoli per rivestire una particolare carica perché ne sia assicurata una corretta funzionalità. Degradando fino a livelli più bassi, serve la patente per guidare una autovettura perché siano evitati incidenti, perché sia evitato che qualcuno vada a sbattere non avendo alcuna dimestichezza coi motori. Ed allora perché questo principio di capacità e competenza non deve valere anche per i politici? Non si corre forse lo stesso pericolo, e di proporzioni ben maggiori (anzi), tenuto conto degli enormi i poteri loro assegnati, se si affidano le sorti di una nazione (o di qualsiasi organo istituzionale) a degli incapaci ? Il paradosso è che se ci vogliono titoli per esercitare funzioni esecutive, non se ne richiedono per chi adotta quelle decisioni che poi gli stessi organi esecutivi debbono eseguire. In un certo senso anche la Magistratura si può considerare organo esecutivo (in senso atecnico) perché attua nel caso concreto la volontà della legge. Ma per fare ( o per concorrere a fare) quella stessa legge che deve applicare il Magistrato basta solo saper leggere e scrivere. Ecco l’assurdo.
Beninteso, qui non si vuole proporre una sorte di concorso pubblico per ottenere la veste di politico, né si vuole limitare la partecipazione ad imprese elettorali a particolari categorie di soggetti, né creare un albo professionale che procurerebbe molti più danni di quanti ne risolve. Non certamente questo, ma solo dei correttivi. Ad esempio, non si può ricoprire la carica di Sindaco più di due mandati consecutivi. Questo fa parte del diritto pubblico vigente. E’ stato certamente un correttivo, così come sopra l’abbiamo inteso (sia pure in altra logica) per impedire l’identificazione di un soggetto con una carica pubblica, se protratta oltre un certo periodo di tempo. Un correttivo quindi che ha tuttavia limitato e limita l’elettorato passivo. Non sarebbe quindi una novità sconvolgente se si stabilisse oggi :
– Che per fare il Sindaco di un Comune bisogna che il soggetto abbia precedentemente svolto un mandato di Consigliere comunale,
– Che per fare il Consigliere regionale si richiedono alcune esperienze in istituzioni di pubblico interesse o di avere svolto mandati politici in strutture di più basso livello;
– Che per fare il parlamentare bisogna avere svolto la carica di consigliere regionale.
E via di seguito. Sono solo esempi indicativi, che si inscrivono nella necessità di razionalizzare il sistema. Ve ne possono essere tanti altri, anche in contrasto o non in linea con queste indicazioni, ma è tempo che si cominci a ragionare su queste cose se si vogliono evitare i fenomeni degenerativi che noi sempre più riscontriamo nella nostra classe dirigente e perché si formi una classe politica che possa nella sostanza definirsi tale.