“Quote” rosa inutili e dannose

Di Angela Gatto
Responsabile regionale delle Politiche Culturali di IDM

Il presente documento, stilato nella mia qualità di Responsabile regionale delle Politiche Culturali di IDM, vuole rappresentare una piattaforma di base su cui riflettere e ragionare in ordine alla vasta tematica,inglobante in un unicum inscindibile, il meccanismo delle ‘quote rosa’ e lo strumento del ‘voto di genere’. Si tratta di un contributo per un’auspicata discussione sull’argomento non solo da parte delle Donne.

Premetto che, quando intorno ad un’acquisizione legislativa si sviluppano, con reiterate frequenza ed incisività, ragionamenti politici e culturali finalizzati a dimostrarne l’inutilità e/o la disequanimità, è segno che tale acquisizione legislativa non declina i tempi, che non sta al passo con le effettive istanze e con i reali bisogni della collettività o di fasce di essa. Un’evenienza, questa, che si sta dispiegando in ordine al tema delle ‘quote rosa’. Ma cosa sono le ‘quote rosa’?

Tutti sappiamo che si parla di ‘quote rosa’ per indicare le misure introdotte per garantire la rappresentatività femminile in ogni settore della società, il numero di posti riservati alle donne negli organici di determinate strutture pubbliche e private. Esse rappresentano il rimedio adottato dal legislatore per garantire una quota del sesso meno rappresentato nelle istituzioni politiche, nell’economia, nella direzione degli ordini professionali, ecc.

Le quote rosa attengono al più vasto principio della‘Democrazia Paritaria’, definizione dall’enorme portata valoriale e politica, di senso e di significato in ordine al quale non va taciuta una sua tarda affermazione insieme ad un’ampia e più totale condivisione di questa visione addirittura tra le stesse donne.

La democrazia paritaria dovrebbe costituire la chiave di volta anche per scoraggiare gli elementi non solo culturali che frenano l’affermazione di un compiuto modello democratico in cui metà della popolazione non venga tenuto ai margini del sistema delle responsabilità democratiche all’interno degli Enti.
Ora, non v’è chi non veda invece che nessun sistema elettorale è in grado di garantire alle donne pari opportunità, se non cammina di pari passo con una cultura politica che si ponga come obiettivo prioritario quello di rimuovere gli ostacoli che impediscono una piena affermazione della ‘cittadinanza femminile’.

Non basta, cioè, identificare il meccanismo delle quote rosa, come scappatoia. Né tantomeno prevedere la possibilità per i cittadini di esprimere la doppia preferenza di genere nelle elezioni amministrativealterando il valore e il significato della rappresentanza democratica. Occorrono piani di intervento culturale e formativo che partano dalle scuole per educare alla parità e che si sviluppino, con l’intervento sempre presente e attivo del legislatore, a tutti i livelli e settori della vita.
Per perseguire l’obiettivo di una democrazia realmente compiuta servono normative generali che sianoriferimento per tutte le leggi (non solo per quelle elettorali) onde consentire alle donne di emanciparsi e di progredire nelle assemblee elettive. Appare in tal senso esaustivo l’art. 51 della costituzione laddove prevede che “tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini.”
Il problema è, dunque, prima di tutto culturale, di educazione delle coscienze e di modificazione di un modo di pensare anche su come interrogare e valorizzare le esperienze positive di segno femminile. Un obiettivo che dovrebbe essere prioritario soprattutto neimovimenti e nei partiti politici italiani che, invece,utilizzano e sponsorizzano strumentalmente quanto sancito dal legislatore in materia di parità di genere per spostare l’attenzione dal mancato coinvolgimento delle donne nei processi decisionali interni più importanti.

Le donne si devono rendere protagoniste di cambiamento coerentemente con la propria sensibilità ed esperienza, altrimenti il rischio è quello di un’occupazione del potere che non solo non modifica le logiche, le pratiche e gli equilibri ma rischia di essere addirittura mortificante per la dignità delle donne stessele quali sono in grado di creare contesti e relazioni, di vivere in modo totalizzante il loro impegno quando ne sono protagoniste attive, di conoscere e tenere insieme i vari ambiti della loro applicazione, non sono però capaci di rendere tutto ciò visibile e traducibile, di trasformarequesto potenziale da ideologia a pratica politica.

E perché tutto questo accada non basta l’introduzione di un meccanismo elettorale (mortificante!) basato su divisioni matematiche delle presenze nei Consigli e nelle Giunte degli Enti.

Sono contraria alle quote rosa nelle liste elettorali e non nego che il dibattito, quanto mai attuale, che si è sviluppato in Italia è al limite del penoso proprio perché rappresenta la spia dell’arretratezza culturale del nostro Paese.
Diversa situazione si registra nei Paesi scandinavi dove la parità è consolidata e matura, dove parità e diritti non sono oggetto di discussione. Sostenere che v’è bisogno di una legge sulle quote rosa proprio per via di questa arretratezza culturale, è argomento che non può convincere. Soprattutto quando si prendono in considerazione percentuali diverse dal 50 % di uomini e 50% di donne in lista, come il 60% per gli uomini e il 40 % per le donne.

Lo strumento delle quote rosa non può risolvere il problema della parità di genere, rischia anzi di essere controproducente e di creare allarme come qualunque decisione che fondi il suo ragionamento politico su un’idea di differenziazione tra esseri umani: uomini-donne, bianchi-neri, ricchi-poveri e così via.
Ad esempio. Trovo assurdo che si debbano chiedere le quote rosa e non le quote per altre categorie sociali (anche deboli) che pure potrebbero meritare di entrare in Parlamento, godere del diritto inalienabile e sancito per legge di un posto in lista.

Siamo tutti uguali davanti alla legge. ‘Nessuno può diventare ‘più uguale degli altri’ solo perché parte da una condizione di svantaggio. Di svantaggiati nella società ce ne sono: non è ‘solo’ una questione di genere, è ‘anche’ una questione di genere’.

Il posto in lista si guadagna sul campo, anche con la solidarietà tra donne, ma con la partecipazione attiva e con le lotte per una reale e non solo teorica emancipazione.

Sono innascondibili e diffuse le situazioni in cui si arriva a supplicare per ottenere una candidatura o una ricandidatura al femminile – come lascia pensare l’accanito dibattito delle parlamentari. Ciò è sintomo di sudditanza al potere, che spesso è maschile nel nostro paese. Ma si arriva anche ad essere supplicate per entrare in lista onde consentire di essere consequenziali rispetto al dettato normativo che prescrive le quote di genere.

Ma come si possono risolvere disfunzioni di questo tipo che, a ben vedere, sono fondamentalmente antropologiche e socio/culturali? Mi piace ripeterlo: si tratta di portare avanti un processo di rieducazione culturale nelle scuole ed in genere nei luoghi della formazione, ivi compresi i partiti che devono essere scuola politica.

In ogni caso, l’adozione del meccanismo legislativo delle quote rosa non costituisce la soluzione per un’equa distribuzione delle candidature elettorali e delle responsabilità.

Ci siamo mai chiesti cosa succederebbe se in una data circoscrizione elettorale emergessero candidate in un numero superiore a quello maschile? Succederebbe che la legge strozzerebbe una realtà evidentemente più avanzata della legge stessa.

L’aggravante del dibattito italiano, come accennavo, sta nell’aver esaminato la possibilità di uscire dal seminato del ‘50% e 50 %’ per acconciarsi a soluzioni tipo quella del 60/40.

Il rimedio si è rivelato peggiore del male, altamenteoffensivo per tutte le donne in quanto si esce dal terreno della parità assoluta (che rimane tuttavia fatto deprecabile nella misura in cui viene stabilita per legge)per entrare in quello dell’assoluta disparità. Tale perché anch’essa imposta per legge.

Inoltre non va trascurato un dato e cioè che nel delicato campo della parità di genere e delle quote rosa si sono innescati meccanismi di differenti strumentalizzazionipolitiche concretizzatisi anche in una serie di emendamenti.

Ma perché, come da più parti ci si interroga, invece di strumentalizzare la discussione sulle quote rosa in lista, non viene sollecitato il lavoro dell’apposita commissione alla Camera in cui giace il testo contro quell’incivile pratica delle ‘dimissioni in bianco’ sul posto di lavoro che riguarda soprattutto le donne, in quanto sono spesso loro le vittime di una consuetudine ancora abusata in Italia?

Le quote rosa sanciscono il sentimento di rassegnazione che permea il dettato normativo nonchè una resa, difatto, in ordine ai criteri di merito e competenza che devono sottendere alla scelta delle persone migliori (al di là del sesso di appartenenza) che, evidentemente, non possano essere adottati in maniera spontanea e diretta.

A tale ultimo riguardo, è appena il caso di rilevare come “in sede UE – al fine di contrastare il ‘fenomeno della mentalità di gruppo’ attraverso la rappresentazione di ‘una varietà di punti di vista e di esperienze’ – si sta affermando il principio della diversificazione negli organi di gestione per ‘età, sesso, provenienza geografica e percorso formativo e professionale’, con l’imposizione non di quote riservate, ma di obblighi di pubblicità aventi a oggetto le motivazioni delle scelte effettuate (direttiva 2013/36/UE in tema di enti creditizi e imprese di investimento e direttiva 2014/65/UE in materia di mercati degli strumenti finanziari)”.
Valorizzare le diversità con metodi di trasparenza nelle ragioni di determinate designazioni in ruoli decisionali, potrebbe contribuire alla rimozione di fatto (e non soloformale) degli ostacoli culturali che sono ostativi del riconoscimento di una parità effettiva.
‘In conclusione, se la prescrizione di posti apicali in favore delle donne è servita a stimolare utili discussioni sull’importanza del gender balance, tuttavia, per i motivi sopra esposti, le lenti rosa delle quote non attenuano i rischi di meccanismi normativi legati al sesso. L’equilibrio che serve per le scelte migliori non è solo questione di equilibrio di genere e, di certo, non si raggiunge ex lege.’
I paladini della meritocrazia non hanno fatto altro che costruire un complicato quanto iniquo meccanismo elettorale, utile per i ripescaggi, che costituisce quanto di più lontano dal riconoscimento delle capacità e delle competenze, che evidentemente non passano attraverso l’appartenenza di genere. Per i sostenitori delle quote rosa il gioco si sviluppa sulle possibilità di garantire le quote di genere, sottostimando e addirittura trascurando l’importanza del merito. Questo, lo voglio sottolineare, non fa altro che aumentare quel gap, quella discriminazione che nelle intenzioni del legislatore sivoleva superare, poco importa se i meriti e le competenze non sono distribuiti in equa percentuale tra i sessi.
Le quote rosa costituiscono un èscamotage dietro il quale si nasconde un’immagine di donna inferiore, da tutelare come una specie protetta, comunque non in grado di gareggiare, per esempio, nei concorsi pubblici per l’accesso lavorativo o negli agoni amministrativi e politici per l’ingresso nelle cariche di governo dei territori. Non dimentichiamo che il diritto al voto per la donna ha sancito un principio che è intervenuto nelle coscienze: quello dell’affermazione di un assetto socialeche non le considerava più inferiori. Una reazione forte e motivata, matura e convinta nel superamento dellequestioni di genere in favore delle tematiche di civiltà. L’inserimento forzoso per legge delle donnecome specie protetta ha creato un effetto rebound che non ha fatto altro che aumentare (e non ridurre!) la disparità tra sessi, creando una specie di riserva indiana, riconducibile a forme di sessismo e di specismo piuttosto che di parità. La vera parità passa attraverso la capacitàche ha il legislatore di fornire alle donne opportunità reali per dimostrare il proprio valore. La vera parità non passa attraverso la somministrazione di contentini e palliativi senza contare che le quote rosa garantiscono l’assunzione e la parità di genere, ma rischiano di sminuire il bagaglio di esperienze e competenze raggiunti con anni ed anni di studio.
Da ultimo, un’annotazione esemplificativa che riassume il senso delle nostre argomentazioni sull’inutilità e dannosità delle quote rosa.

‘Wikipedia scopre che le donne sono solo il 15 per cento dei suoi
collaboratori. Ma la partecipazione all’enciclopedia è libera: imporla
sarebbe un controsenso
Lo dicono gli studi, sono i numeri che scaricano il peso di un dato scomodo. Un po’ imbarazzante. È politicamente scorretto far notare che, anche dove non ci sia ostacolo, le donne scelgano di non far sentire la propria voce. Non si può tirare in ballo il solito soffitto di vetro, la cortina sottile che separa le donne dai ruoli di prestigio, che divide il merito e il sesso. No. Wikipedia è free, libera, senza limiti. Allora perché le donne non scrivono? Perché non vogliono condividere col resto del mondo il loro sapere, le loro passioni, la loro curiosità? Per il New York Times il caso Wikipedia è un simbolo di quello che sono davvero le pari opportunità. Nella realtà, al di là dei proclami, delle leggi, delle quote rosa che i parlamenti cercano di imporre.