Minniti: non è detto che mi candido alla segreteria nazionale del Pd

Dagli studi di Sky Tg 24 l'ex ministro degli Interni offre pochissime battute all'esegesi delle sue reali intenzioni. E fissa due paletti mica male, «devo essere utile al Paese e non devo contribuire a dividere il partito»

 
La mia è una pausa di riflessione vera, non tattica né perditempo. E poi due condizioni, perché si sciolga positivamente la riserva. Che sia una candidatura utile al Paese e che intervenga, soprattutto, per provare a unire il Pd e non a spaccottarlo ulteriormente. E hai detto niente.

Marco Minniti offre pochissime battute agli interpreti dell’esegesi della sua riflessione a proposito della sua candidatura a segretario nazionale del Pd. Ormai è chiaro che non dovrebbe mancare poi molto, c’è chi fissa nel prossimo fine settimana il timer. Ma dagli studi di Sky Tg 24 le sue pochissime frasi non aiutano per niente a decodificarne le intenzioni. Tutt’altro, semmai, dal momento che è lo stesso ex ministro degli Interni che fissa due paletti mica male e che in un certo senso è come se lo allontanassero un po’ dall’accettazione della nomination.

«La mia riflessione è autentica – dice infatti Minniti – non c’è la certezza che io dica sì. La riflessione è semplicissima: devo capire se il mio eventuale impegno è una cosa utile al mio partito e al mio Paese o se, invece, è un elemento che aggiunge nuova personalizzazione a un partito che non ha bisogno di personalizzazioni. Ci vorrà un po’ di pazienza, a giorni deciderò».

Per essere uno che non spreca fiato a caso non v’è dubbio che oggi è da rileggere leggermente al ribasso la quotazione della sua candidatura. O perlomeno è da rileggere in chiave un tantino più problematica. E non tanto per l’austera e responsabilizzante frase «devo essere utile al Paese», tutto sommato corretta dal momento che esce da fresco ministro degli Interni e non solo da uomo di partito. Quanto, lettura problematica, per quel «non voglio contribuire a dividere e a personalizzare il Pd».

E qui la faccenda si complica un po’. Forse che Minniti spera ancora di poter essere l’unico candidato in campo? Difficile, molto difficile se non altro perché Zingaretti non ha mai mostrato di voler arretrare di un metro.

Oppure, più realisticamente, Minniti ambisce a diventare quantomeno l’unico candidato con l’investitura dietro dell’universo renziano? Anche qui non è semplice per niente e ci sono insidie ma è l’unico pertugio per evitare brutte figure in assemblea nazionale (con Martina e Zingaretti in campo difficilmente qualcuno vincerà dietro i gazebo).

Come è noto se si va ai “calci di rigore” è proprio in assemblea che si deve proclamare il vincitore. E più “universi” ci sono in campo meno facile è uscire senza ferite…

 

 

I.T.