I tre moschettieri senza D’Artagnan

Nicodemo Oliverio, Mimmo Bevacqua e Franco Laratta. Uniti dal cuore “democristiano” che batte nel loro petto ma anche dall’inatteso ruolo da “moralizzatori” del Pd. Quasi “rivoluzionario”. Eppure è molto più terreno di quanto non appaia l’obiettivo...

Franco Laratta, Mimmo Bevacqua, Nicodemo Oliverio

Franco Laratta ha il culto del social ad effetto. Delle foto ruspanti e intime ma che sono postate al solo scopo di raffigurare al meglio la semplicità delle cose. Il primo caffè della mattina, un piatto di pasta al forno tra buoni amici. Un tramonto mozzafiato, un’alba irresistibile. Il sapore vero della terra e dire che per lui sì che la “terra” sa essere generosa dal momento che è stato riconfermato (con “meritatissimi” 60mila euro all’anno) all’interno di Ismea, quotata società per cose di agricoltura alle dirette dipendenze del ministero. Roba seria, insomma.

Che sovraintende ai finanziamenti, tanto per intenderci. E questo evidentemente perché l’ex deputato (per il vitalizio occorre aspettare i suoi 60 anni) è competente e stimato in materia e si sa che la terra si impara ad amarla di più quando diventa così “generosa”. Un vecchio spot in tv ripeteva che la buona terra dà sempre buoni frutti. Ecco, per Laratta lo spot non solo non è scaduto ma vale più di prima.

Alzi la mano chi non ha contato almeno un paio di centinaia di comunicati all’anno sulle clementine della Sibaritide. Già, uno dei pezzi pregiati di casa nostra e per salvarne la produzione cosa non si è inventato ogni giorno Nicodemo Oliverio. Per lui il vitalizio da deputato è già scattato ma è niente rispetto a quello che ha “seminato” dentro i campi arati della sue terra, il Crotonese che dà fino al Cosentino. Mite, sornione, sempre con il sorriso e ruspante pure lui anche de visu, se così si può riassumere il personaggio che difficilmente sa attirare antipatie. Meno social di Laratta ma è deducibile il perché, il tempo è stato quasi sempre speso (anche quello parlamentare) per salvare le nostre clementine.

Mimmo Bevacqua stava seduto alla destra del padre (Mario Oliverio) quando in Provincia il presidente (oggi governatore) era in grado di decidere pure che tempo trovare scendendo da San Giovanni in Fiore. Un vecchio adagio tutto alla cosentina racconta persino che la seconda volta che lo ha fatto vicepresidente, Oliverio a Bevacqua, non ne era al corrente “online” nemmeno il diretto interessato. Figurarsi la fiducia dell’uno verso l’altro e viceversa. Col tempo poi la sceneggiatura è dovuta cambiare per forza, anche per dare un tono al ruolo del consigliere regionale, un ruolo piuttosto apparentemente gagliardo. E perché no, anche per far percepire Oliverio più solo e isolato nel suo incedere. Solo loro, oggigiorno, sono al corrente dell’entità del reciproco rapporto. A microfoni spenti, e a tarda sera che è poi uno “status” per entrambi, almeno uno di loro è piuttosto perfido nel racconto dell’altro ma chissà se c’è da fidarsi. Nel frattempo, l’unico dato certo è questo, Mimmo Bevacqua non perde una cena con i suoi elettori e una foto da postare. Perché non è tanto questo il consiglio regionale che gli prende più tempo né la relativa partita istituzionale. Ma briga per il prossimo giro perché sa bene che occorrerà pedalare il doppio.

Laratta, Oliverio (Nicodemo), e Bevacqua. Uniti dai sapori buoni, dai social, dalla terra che sa essere molto “generosa” e dal lavoro (quello vero) che può attendere. Ma uniti anche da Franceschini, che diventa l’inevitabile icona salvavita dentro un Pd a forma di Vietnam. E uniti anche dall’unica manovra che in alto mare può metterli in salvo, la “scialuppa” del congresso gettato in calcio d’angolo. Che non s’ha da fare. Così, almeno, se si deve annegare si annega più in là. Nel frattempo Nicodemo Oliverio deve smaltire la delusione per non essere diventato assessore regionale all’Agricoltura (cosa che poi l’altro Oliverio ha escluso sin da subito ma allora chi glielo aveva promesso?). Laratta si dà alla moralizzazione su facebook e Bevacqua ha in cantiere una iniziativa a Rende il 7 maggio proprio a chiamata dei “franceschiniani”. A raccolta, sottoforma di resistenza se preferite. Il pressing su Martina è già bello e partito. Niente congresso in Calabria, meglio un’altra volta. Firmato, i tre moschettieri. Manca D’Artagnan però…

d.m.