C’è chi rimpiange le parlamentarie

La pena di quest’anno non s’era mai vista. Pena intesa come espiazione. Croce da portare in spalla. Cambiale che rimane in tasca. Sentimento popolare che resta, alla fine.
Il tormento dei candidati potenziali tutti intruppati a Roma è francamente inguardabile. Ai tempi dei primi provini monstre di XFactor o di Grande fratello l’indignazione era riuscita a diventare stratificata ma in pochi ancora si turbano in tempo reale per quanto sta accadendo a Roma in queste ore. A destra e a manca. Ognuno a pretendere nomination per il Parlamento rimanendo in lista d’attesa, ben sapendo che entro venerdì si chiudono i giochi e gli incastri delle caselle. Proprio come un casting, un social tv. Un provino verso la gloria da confermare o da acchiappare. Che pena, la loro ovviamente. Non dev’essere semplice stare in attesa di una chiamata o di un incrocio giusto per il risiko. Va bene che la posta in gioco è alta e merita la liturgia, ma che pena (la loro). E che pena, per tutti gli altri. Perché mai come stavolta e con questa criminogena legge elettorale il tutto si può (anzi, si deve) decidere nel chiuso di una stanza tra tre o al massimo quattro persone. Ed è francamente la prima volta che accade una cosa del genere nei tempi della politica post moderna, quella che s’è inventata pure le parlamentarie di plastica in passato (penalmente finte e perseguibili) pur di sottrarsi e sottrarre tutti al casting sotto il Palazzo fino all’ultimo. In ansia per un provino. Va a finire che si finirà per rimpiangere la piattaforma Rousseau dei Cinquestelle, platealmente esoterica e ai limiti della cartomanzia. O proprio le parlamentarie passate del Pd, quando si entrava nei seggi con le scatole già piene di nomi compilati altrove e laddove non compilati ecco una penna pronta per scrivere sempre lo stesso nome sul foglio…