“Feltri è una macchietta, non facciamo il suo gioco”

E’ comprensibile che le parole offensive pronunciate da Vittorio Feltri nella tossica trasmissione di Mario Giordano su Rete 4 abbiano sollevato una ondata di indignazione non solo al sud ma fra tutte le persone per bene e assennate, impermeabili ai veleni che il centrodestra più rozzo e subcolto distilla da trasmissioni come “Fuori dal coro” e da testate giornalistiche come “Libero” dalle cui colonne ogni giorno Feltri pontifica e sbava.

Ha costruito mediaticamente il suo personaggio non sulle provocazioni che mette in campo, che presupporrebbero un quoziente di intelligenza politica che non ha, ma sugli insulti e le offese che dispensa impunemente prendendosela con i migranti, con i gay ed i meridionali.

Il livello culturale è quello che affida quotidianamente alla sua prosa ed il suo retroterra politico sta in quella destra padronale in doppiopetto che sa come ricompensare il servilismo garrulo di chi è al servizio del profitto. Feltri riesce divertente-bisogna riconoscerlo-perché le sue affermazioni, pur così gravide di faziosità, appartengono più al cabaret che al giornalismo onestamente inteso, tant’è che ormai appartiene più al mondo dello spettacolo che a quello del giornalismo, neppure a quello di parte. Feltri deve tutto a Maurizio Crozza che con le sue imitazioni ne ha fatto un personaggio che fa ridere e che con le sue pulsioni razziste, sessiste e omofobe è diventato una macchietta.

L’astio nei confronti dei meridionali non è basato su valutazioni sociologiche o antropologiche ma è incardinato ai luoghi comuni che dall’Unità d’italia sono stati messi in giro nei confronti dei meridionali ovvero brutti, sporchi,vagabondi, incapaci, con una classe politica di governo arruffona e sprecona.

C’è qualche intellettuale che, risentito per l’ insulto di “inferiori” rivolto da Feltri ai meridionali, ha scomodato la storia per osservare, a Feltri, che quando dalle sue parti si comunicava a gesti e ci si accoppiava con gli animali, nella Magna Grecia di Pitagora si discettava di filosofia e matematica.Poi è andata come è andata, con la fine dei Borboni, il saccheggio delle finanze borboniche, la resistenza agli eccidi delle milizie sabaude che era guerra civile e la si è fatta passare per repressione del brigantaggio.

Venendo a tempi più recenti, quelli del secondo dopoguerra, la ricostruzione e la rinascita dell’Italia ha concentrato, spiegabilmente, i suoi investimenti al nord dando però vita contestualmente ad un progressivo differenziale economico,produttivo e sociale nord-sud. “Cristo si è fermato ad Eboli” non perché era stanco e demoralizzato ma per gli egoismi, la miopia politica di una classe di governo che con le braccia e le valigie di cartone dei meridionali ha costruito la tanto decantata ricchezza del nord produttivo e industriale.

Ma tutto questo non ha niente a che fare con Feltri che resta un personaggio da fumose sale di biliardo, indolente e supponente, con la battuta facile e acidula, irriverente e iconoclasta. Quelli che prima del biliardo passano dal barbiere,per parlare di donne ,di potenza virile e alcove immaginarie . Feltri ricorda quei cessi ginnasiali dove c’era sempre l’ultimo della classe che si attribuiva prodezze priapesche e, se non creduto, sollecitava confronti a chi l’avesse più lungo.

Probabilmente per compensare e rivalersi delle difficoltà che incontrava nell’apprendimento e dei risultati fallimentari che realizzava. Vittorio Feltri oltre che fazioso è ignorante o volutamente ignorante perché quando afferma, cercando di correggersi, che intendeva definire i meridionali “inferiori” in senso economico e non lombrosianamente sotto il profilo della specie e dell’etnia, fa il pesce in barile cioè fa finta di non sapere. Vittorio Feltri, cantore e interprete del “celodurismo” leghista, fa finta di non sapere che i meridionali sono (economicamente) inferiori grazie alle ruberie del passato e, da dieci anni, grazie alle ruberie perpetrate col marchingegno della “spesa storica”,inventata da Giorgetti e Calderoli per sottrarre risorse al sud a vantaggio del nord.

Lo sanno anche gli uscieri di “Libero” che in forza di tale principio al sud vengono sottratti ogni anno 6o miliardi di risorse non attivando il fondo di perequazione nazionale in base al quale al centro-nord dovrebbe andare il 66% delle risorse e al sud il 34%, percentuali che riflettono il rapporto della popolazione esistente sul territorio nazionale.Accade invece, grazie a un imbroglio la cui paternità politica appartiene a Giorgetti e Calderoli, che in base alla “spesa storica” al centro-nord viene riconosciuto il 72% e al sud il 28%, che vuol dire furto di spesa sociale da intendersi destinata ad asili nido, trasporti, welfare, sanità, istruzione e servizi sociali in genere.

Di questo furto politico e istituzionale Feltri non si è mai occupato, come non si è mai occupato, schierandosi con lo Stato, di corruzione, evasione fiscale, malaimprenditoria e criminalità in colletto bianco. Ecco perché non ha nè l’autorevolezza nè l’onestà intellettuale e politica per offendere i meridionali.Li può insultare ma non offendere .

E se è pur vero che i suoi insulti disonorano il giornalismo per le regole etiche e professionali che si è dato, danneggiandone l’immagine, gli si fa un regalo se lo si elegge a portatore politico di idee malsane e razziste.

Indro Montanelli con le sue analisi non era tenero nei suoi giudizi, era orgogliosamente conservatore ma era un grande giornalista. Vittorio Feltri deve rimanere quella macchietta che è diventato, per sua scelta, con il suo gergo da puttaniere impunito che evoca, quando parla di donne, le ciprie e gli afrori dei postriboli chiusi con la legge Merlin.

Dobbiamo ringraziare lui (e Crozza che lo riprende ) per le salutari risate che ci regala con le sue performance e l’ ostentata appartenenza a Bergamo che, purtroppo, non sta vivendo giorni gloriosi di “superiorità” rispetto al sud.

A volerlo prendere sul serio dovremmo chiedere al “nostro “Vincenzo De Luca, governatore della Campania, di prestarci la sua pittorica efficacia descrittiva, per consegnare, alla storia del costume italico e del giornalismo padano, questo macchiettista che tanto piace a quegli italiani che hanno ispirato ad Alberto Sordi i personaggi più riusciti della sua amara comicità. Ridiamoci sopra, dunque, e non prestiamoci al suo gioco prendendolo sul serio. Uno che fa ridere, se non è un comico di professione, si sputtana da solo.

Antonlivio Perfetti