La saga della magistratura (parte seconda)

Il potere giudiziario nel mirino della mafia e dell'antimafia, dal fuoco nemico delle Br al fuoco amico delle procure

Un tempo non molto lontano la magistratura era nel mirino della mafia, veniva decimata dagli attentati perché gli uomini che la rappresentavano erano servi sì, ma dello Stato, più ne cadevano più ne risorgevano come l’Araba fenice. Era scontato per l’uomo della strada pensare, parafrasando Bertolt Brecht, “ci sarà sempre un giudice a Berlino” terzo e imparziale che non si lascerà intimorire o corrompere dall’imperatore e che darà ragione al povero mugnaio. Il comune cittadino non aveva dubbi, il giudizio si sarebbe concluso con una sentenza giusta anche se avesse avuto torto.
Oggi non è come allora, è venuta meno la fiducia nella istituzione e negli uomini che la compongono. Oggi sembra che i magistrati non siano più nel mirino della mafia ma dell’antimafia, non sono decimati dagli attentati ma dalle inchieste giudiziarie.
Agli occhi del cittadino onesto appaiono non asserviti allo Stato ma all’Antistato ed al “dio denaro”, sono i primi a trasgredire le leggi che dovrebbero applicare e fare rispettare.
C’è stato anche il tempo in cui i magistrati, da Coco a Minervini, i poliziotti ed i carabinieri, gli stessi avvocati ed i giornalisti, cadevano sotto i colpi delle Br.
Hanno pagato con la vita la loro fermezza e lealtà, non erano alla ricerca di potere e di denaro, ma erano semplicemente e grandemente fedeli servitori dello Stato, la toga e la divisa erano pulite, prive di macchie.
Come non ricordare che il 12 febbraio del 1980, dopo la lezione all’Università La Sapienza di Roma, mentre conversava con la sua assistente Rosy Bindi, colpito con 7 proiettili, veniva assassinato dalle Br Vittorio Bachelet, il vicepresidente in carica del Csm. Come si fa oggi a non pensare che i membri del Csm siano distanti anni luce da Bachelet. Per questi servitori il 9 maggio 2011 è stato celebrato al Quirinale il giorno della memoria.
Oggi i magistrati sono falciati dai loro colleghi, dalle inchiste emerge che se non sono asserviti alla mafia sono asserviti al denaro o al potere, che non sono imparziali ma brigano e intrallazzano come i faccendieri. Gli stessi membri del Csm ora cadono sotto le vergognose pallottole degli scandali.
Per ritornare alla nostra regione, devastanti sono state le ultime inchieste che riguardano alcuni prestigiosi pm. “Attonita la terra al munzio sta”, si insinua nella mente di ogni cittadino il dubbio ed il sospetto che si manifesta in questo elementare ragionamento: se le ipotesi accusatorie sono vere, chi mi garantisce che quell’altro magistrato sia diverso da quelli sotto inchiesta? Se non sono vere allora siamo di fronte ad un fenomeno più grave, le azioni censurabili o devianti non sono compiute dal singolo ma da più persone, alla base vi è un disegno divenuto sistema che continuando a degenerare potrà colpire chiunque, anche me, “amaru chi ne ci incappa…”.
Questa diffusa sfiducia, nel solo distretto di Cosenza, è alimentata dalla consapevolezza che i magistrati, quasi tutti, vivono a Cosenza, operano da oltre 15 anni a Cosenza e dintorni, sono moglie, marito, figli, nuora, generi, cognati, fratelli, sorelle, cugini o amici di questo o di quell’altro avvocato, oppure di Tizio o di Sempronio, questi ultimi come numerosi consulenti tecnici iscritti alla massoneria.
Questo desolante scenario che alimenta tutti questi dubbi fa nascere la terza verità a discapito di quella storica e di quella processuale. Nasce e cresce a dismisura la verità del popolo, la “vox populi, vox dei” legittima ognuno a pensare di avere subito un torto giudiziario ed a farsi giustizia da sé qualora, per attenuare quel torto, non si provveda a trasferire in blocco quei magistrati che operano da più di 10 anni a Cosenza. Il cittadino, insomma, attende un segnale che gli faccia credere di nuovo che la magistratura sia ritornata ad essere come la “moglie di Cesare”… (continua…)

blé