Forestiera in propria terra

Se per un fato avverso fosse negata la via delle coste e dei porti e se il limite fosse posto in Calabria, poco male! Un grande apparato di meraviglia si prospetta a occhi curiosi verso luoghi inediti e sconosciuti.

Talvolta accade: un accidente si trasforma in occasione felice, che certamente non istiga al rimpianto di viaggi per mare con approdi in piccoli porti o in baie riparate e tranquille.

Ho avuto una tale “fortuna” questa estate, dunque altri viaggi e belle scoperte di luoghi, iniziative di alto valore che mi hanno dato la consapevolezza di come noi calabresi siamo spesso forestieri in terra propria.

La meraviglia inizia a San Nicola Arcella, un costone elevato sul mare, dove in località Vannefora si incontra il Piccolo Paradiso, gestito e mantenuto lindo e lucente da Pino, sua moglie ed Elvira sua figlia, che al tramonto sospendono ogni attività e contemplano il sole nel suo vermiglio calarsi nei riflessi del mare che sta per divenire la notturna inquietante umbrìa.

Si gode di un panorama unico, le coste delle tre regioni dispiegate sotto sguardi attoniti: la costa calabra si allunga alle scogliere della lucana Maratea, per convogliare nel golfo di Policastro dominato dal monte Bulgaria. Sempre mare, ma da un punto di vista alto e largo verso l’orizzonte, dove i tramonti ogni sera danno il conforto di luci, colori, nuvole sfumate di cobalto, oro e rame; chi sta su quel costone sprofonda in un silenzio immoto, perché solo il silenzio può accogliere l’attimo di stupore e meraviglia. Per caso si incrociano altri itinerari, una bimba ciarliera ha raccontato, dopo la gita scolastica, del Parco della Lavanda, a Campotenese.

Si segue il consiglio, si va alla ricerca di un luogo che non si riesce a immaginare, si arriva. La sorpresa è grande, poco oltre lo svincolo il profumo nell’aria, si percepisce, forte, sempre di più, indirizza, guida oltre i cartelli, segnalanti la direzione.

Si abbandona l’auto. Laterale al parcheggio si apre a distesa l’insediamento della lavanda, ondeggiante alla brezza, intenso il profumo, a tratti più intenso, si percorre, tra filari ordinati, la breve distanza fino alla casa, accompagnati dal ronzio delle api che, imperterrite esercitano la loro arte, indifferenti agli umani, volano di fiore in fiore, di continuo con un bizzz bizzz perpetuo, forse intontite dall’acuto aroma come i visitatori attoniti tra afrori e paesaggio, sotto le montagne sornione abbacinate dal sole di mezzogiorno.

Di seguito la visita guidata alla piantagione, agli impianti per la lavorazione del fiore, da cui si estrae l’acqua, l’olio dai numerosi e benefici usi.

Si apprende che dietro il nome Lavanda c’è un vasto numero di tipi e di specie, che i visionari fondatori dell’avventura odorosa hanno raccolto in diversi posti d’Italia e d’Europa, iniziando la coltivazione da quella autoctona del Pollino.

La sorpresa è grande per una calabrese di tigna, come l’ammirazione per chi, la famiglia Rocco, ha saputo trasformare un sogno in una impresa molto compatibile con il luogo e la natura circostante.

Da una chiacchiera nella locanda del Parco, dove si mangia alla moranese, si riceve una informazione su di una strada che da Campotenese arriva a Marcellina, Scalea.

Non si indugia e si parte di nuovo verso il mare. Ancora una volta la meraviglia accompagna le ore, da un altopiano che ricorda le dolci alture della Sila, coltivate, popolate da vacche e vitelli, lontano appare Mormanno e il suo lago d’energia, la strada s’inerpica nelle strette gole della catena costiera in avvitanti tornanti, che svelano a ogni curva panorami stupendi, profonde valli, rivestite di boschi, fino a vedere sullo sfondo a destra, il mare di Scalea a sinistra le case aggrappate alla roccia di ORSOMARSO, di cui era noto l’isolamento, ma non l’aspra bellezza del luogo, lungo le sponde del fiume Argentino.

Il caso, che ha indirizzato l’estate, continua a costruire percorsi e porta verso il cuore della Calabria, passando per Colosimi, Bianchi, Panettieri, Carlopoli si incrocia l’Abbazia di Corazzo, ci si ferma davanti a quei resti imponenti nell’amenità della radura, il silenzio di nuovo s’impone, la possanza del passato si percepisce, un tempo lontano, un modo di vivere ove Natura e Sacro davano forma all’Umano.

“Questo è uno degli ultimi luoghi benedettini costruiti in aree già consacrate dalla natura. Qui niente parla dei luoghi angusti e inospitali che i primi eremiti scelsero come dimora claustrofobica per la mortificazione dei sensi. Sul piccolo altipiano dove è atterrata secoli fa l’Abbazia di Corazzo è circondata dai suoi guardiani: il fiume, la montagna, i pini e le querce, la Sila a est è vicina e lontana dai casali cosentini e i paesi sul Tiriolo e sul Reventino sono sospesi nella coltre di nebbia perpetua di un Medioevo tramandato da generazioni.”

Mi vengono in mente le pagine fulminanti di Delia Dattilo, in Relics, attraente racconto di siti speciali, come appunto è l’Abbazia di Corazzo, dove Gioacchino da qui ha portato “una ventata di modernità al limite con l’eresia in ogni parte della Calabria e del mondo”. Ma non è Corazzo la meta, il comune si chiama Sorbo San Basile, la località è il Granaro, già il nome richiama campi di grano e prati ondeggianti sotto il vento estivo, in realtà si attraversano boschi di alti alberi, una campagna a tratti molto coltivata convivente con l’abbandono e il disordine che la natura stessa si dà, fino ad arrivare nello spiazzo davanti al Granaro Village. Immediata la sensazione di un progetto realizzato, una immaginazione divenuta realtà, una bella ricca realtà in una terra che frequentemente è segnata dalla forza brutale della prevaricazione.

La mente è Mario Talarico con tutta la sua famiglia intorno. Lo stupore è profondo di fronte a una tale realizzazione in una regione, dove spesso si sente dire “che in Calabria non si sa fare turismo”.

Al Granaro non si tratta di semplice turismo, è un modello di vita (il benessere, la scuola, l’arte, la relazione) che si manifesta; al solo giungerci, si prova una leggerezza, oltre il sollievo della frescura nell’ora del solleone. Dal giardino alla ricchezza dell’offerta su come agire: un dormire tranquillo, un buon mangiare, una movimentata attività sportiva, un cammino nel bosco tra alberi e opere d’arte.

Nel fresco dell’ombra si decide per il cammino nel MABOS, Museo d’Arte del Bosco della Sila, poi il Parco Avventura e poi tutto il resto.

E’ un museo da poco inaugurato, che però ha già acquisito oltre 30 sculture e istallazioni, disposte in oltre 3.000 mq di bosco, con casette di legno che ospitano di volta in volta gli artisti, invitati per un periodo di residenza, creano opere per il MaBos, poi collocate in una radura, in un sito scelto dall’artista medesimo.

E’ attualmente in corso una residenza dedicata alle istallazioni permanenti nelle casette, ulteriore attrazione per futuri visitatori.

E’ difficile parlare e ricordare tutti gli artisti e le loro opere, della loro collocazione ai piedi di grandi alberi, nell’incavo di arbusti, tra i cespugli, legno confuso con legno, si cammina e si percepisce un senso di sospensione, la stessa di quando si toglie l’ormeggio da un porto verso l’abbraccio dell’onda.

La memoria registra, a differenza dell’acqua qualcosa rimane: la scultura ACHILLE di Alberto Criscione del 2018, in cui si coglie la fragilità di ciascun umano da sempre, sotto gli alberi secolari è maggiormente avvertita, il ricordo de “u Ciacio”, Mastro Saverio Rotundo, artista locale del ferro, in una ombrosa radura ONDE di Eleonora Picarielli, rami e foglie intrecciate come le antiche e primordiale capanne a cui fanno da guardiani altre possenti e suggestive sculture, quali POLARIS di Mohammad Fallahjuladi e PUNTI DI CONFINE di Tiziano Bellomo, che ripete in altri punti del bosco il suo sguardo di artista cosi come nella sua originaria Vicenza.

Alla fine del cammino si arriva in un piccolo spiazzo, esposto a ponente, intorno panchine, sul lato più largo TRANSITO , un grande blocco di marmo con un taglio centrale e due scalette da un lato e dall’altro, di Adriano Ponte: a ciascuno la scelta: salire, guardare, attraversare, stare fermo a osservare chi attraversa e chi no, nel silenzio.

A malincuore si scende, con l’animo colmo.

Si fa presto a dire che la Calabria è povera, gli indici soliti spingono a dire ch’è vero, ma la povertà più grave è quella della mente e la smemoratezza di quello ch’è stato, la voglia matta di cancellare un modo di vivere che si è ritenuto rozzo e misero sotto l’influsso del sogno di industrializzazione, della sottovalutazione della speciale agricoltura nelle zone montane e collinari, aspre ma con prodotti unici e condizioni di vita faticose ma autenticamente umane.

Per la comodità si è preferita l’omologazione , ignorando la originalità delle radici, ma forse qualcuno, certamente Poeta, fin da quegli anni lo ha detto, già annunciando che brutto mondo si stava apparecchiando, magari comodo, certamente brutale. Al MaBos nel cuore della Calabria, una riserva d’Arte per una incetta di Umanità, per me la sorprese di una estate, che si annunciava piatta e noiosa e invece…..

 

Gilda De Caro