Utili chiarimenti in merito alla vicenda storica di Alarico, il re dei Visigoti

Penso sia giunto il momento di fare un po’ di chiarezza sulla vicenda storica di Alarico il primo re dei Visigoti uniti, così come è stato descritto da autorevoli intellettuali nel corso della storia.

Già da tempo gli studiosi non parlano più di invasioni barbariche ma, fondamentalmente, di un fenomeno di immigrazione di massa (specie secondo gli storici tedeschi) simile a quello che vede anche oggi, dall’Africa venire verso l’Europa, una moltitudine di persone che disperatamente tentano di sfuggire dalla fame, dalle guerre, dalle carestie (secondo quello che è lo schema ricorrente dei corsi e dei ricorsi storici).

Nel caso specifico dei Visigoti si è trattato di gente che si è fidata, nel tempo, degli imperatori Romani di turno accettando di difendere a caro prezzo i confini dell’Impero in cambio di cibo, di una regione da abitare e di importanti incarichi militari. Nella sola battaglia del Frigido (oggi fiume Vipacco affluente dell’Isonzo in Friuli), più di diecimila Visigoti guidati dal giovane Alarico nel 394 d.C. morirono in battaglia per difendere l’Impero Romano di fede cristiana dell’imperatore Teodosio contrapposto all’esercito Romano pagano del generale franco Arbogaste e dell’usurpatore al trono Flavio Eugenio per il governo dell’Impero Romano d’Occidente.

Solo Teodosio, sostanzialmente, mantenne fede agli impegni presi con i Goti promuovendone una politica di integrazione ma, purtroppo, morì precocemente lasciando alla guida di Roma Onorio, suo figlio, foriero di sventure per l’occidente e ostile ad Alarico. Fu proprio Onorio la principale causa del sacco di Roma determinando, di fatto, l’inizio irreversibile della fine dell’Impero Romano d’Occidente. Il declino dell’impero, in realtà, iniziò qualche secolo prima e, a un certo punto, anche autorevoli intellettuali romani si arresero alla evidenza dei fatti e di come, le virtù e il valore delle antiche tradizioni, sembrarono oramai definitivamente svanite. Asserisce infatti Salviano, poeta e scrittore romano nel suo libro “Il governo di Dio”: …. possiamo meritare noi la protezione divina mentre viviamo di tanta impurità; i poveri sono messi a sacco, le vedove gemono, gli orfani sono oppressi tanto che molti di essi neppure nati da oscuri natali e signorilmente educati presso il nemico, per non morire nel tormento presso la pubblica persecuzione, cercano invero presso i barbari l’umanità romana dal momento che, presso i romani, non possono sopportare una barbara inumanità…..

Molti romani dunque a quei tempi cercano proprio presso i barbari sentimenti di humanitas trovandola come, successivamente, il trentennio di buongoverno di re Teodorico ha ampiamente dimostrato nel VI secolo proprio in Italia nel Regno Romano-Barbarico Ostrogoto e, per diverso tempo tra il VI e VIII secolo nel regno Romano Barbarico Visigoto tra la Spagna e la Francia.

Storici del calibro di Olimpiodoro di Tebe, Sozomeno e Zosimo, restituiscono ai posteri tratti caratteristici della personalità di Alarico e sorprende come, in diverse circostanze, egli sia descritto come esitante, in preda a ripensamenti caratteristiche queste che mal si accordano con il cliché tipico dei barbari immaginati, invece, come impulsivi e rozzamente votati alle azione più crudeli. Il “barbaro” Alarico è sovente descritto come incline ai sentimenti di humanitas e di pietà verso i vinti.

Lo stesso Orosio, cristiano, riferisce che il sacco di Roma ha fatto sì dei danni ma tutto sommato pochi a confronto della distruzione provocata dal grande incendio di Nerone avvenuto qualche secolo prima e conclude dicendo che, l’ira dei vincitori è una punizione per i vinti e per la città definita superba, lasciva e blasfema dunque, Alarico, diventa quasi strumento della Divina Provvidenza. Stesso pensiero è sostanzialmente espresso da Sant’Agostino anch’egli testimone oculare dei fatti che narra la vicenda del sacco di Roma dicendo che la ferocia dei barbari è apparsa mite anzi, loda in qualche modo i Visigoti che, in virtù del loro credo religioso “ex fide vivens” hanno evitato una sorte peggiore ai romani che, pertanto, farebbero bene a ringraziare Dio di quanto accaduto. In quei giorni basiliche spaziosissime sono state scelte e designate proprio da Alarico per essere riempite da gente da salvaguardare dove nessuno poteva essere maltrattato né ucciso né catturato e questo deve essere attribuito solo alla loro fede in Cristo che avrebbe mirabilmente ammansito, frenato e placato gli animi truculenti dei barbari.

Ho voluto portare all’attenzione del lettore solo alcune vicende legate alla figura di questo re che spesso, i media, hanno dipinto a torto (a mio parere) come un invasore sanguinario e distruttivo paragonandolo addirittura a Osama Bin Laden o a qualche gerarca nazista mistificando macroscopicamente la realtà storica che emerge, invece, dalle testimonianze tramandate ai posteri da uomini illustri del tempo alcuni dei quali, addirittura, testimoni oculari dei fatti. Per chiarezza aggiungo che Osama Bin Laden è stato un fondamentalista islamico che ha odiato e combattuto la cultura occidentale al contrario, Alarico, ha amato e ammirato la cultura greco-romana oltre ad essere stato un fervente cristiano seppur di fede ariana. La distanza poi tra la figura di Alarico e quella di un gerarca nazista è ancora più evidente vista l’intenzione di integrazione di Alarico con i romani (anche Alarico è stato cittadino romano col nome di Flavius Alaricus) che cozza profondamente con l’idea di una razza dominante (quella nazista) che si arrogava il diritto di eliminare o di ridurre in schiavitù le razze schiave indigene o ritenute inferiori a quella germanica (il popolo Goto è comunque di origine scandinava!).

In riferimento ai rapporti con il popolo romano penso sia opportuno fare anche un breve cenno ad altre vicende storiche che hanno visto protagonisti invece noi cosentini, in quanto discendenti dei Bretti e dei Bruzi che spesso non sono stati fedeli alleati dei romani anzi, più volte coalizzati con i peggiori nemici di Roma. Nel 275 a. C., infatti, alleati con Pirro re D’Epiro; nel 218 a. C. con il formidabile condottiero cartaginese Annibale e, il 73 a.C., con Spartaco lo schiavo romano ribelle. Solo in quest’ultimo conflitto tantissimi furono i Bruzi uccisi nell’ultima battaglia nei pressi del fiume Sele (Campania) accerchiati dalle legioni a guida del console Licinio Crasso. Complessivamente, raccontano gli storici, cinquemila furono i caduti in battaglia e seimila i ribelli arresi e successivamente crocefissi dai romani lungo la via Appia, da Capua a Roma; una interminabile successione di crocefissi si impose quale scena macabra alla vista dei pellegrini e degli abitanti dei luoghi coinvolti nella vicenda.

Tutti i conflitti si conclusero con Roma vincitrice e Cosenza fu costretta a subire pesanti ripercussioni. Venne infatti smembrata la lega dei Bruzi ed espropriate molte terre, perse anche il rango di capitale dei Bruzi e trasformata in semplice colonia romana. Solo nel 29 a.C., sotto Augusto, acquisì nuovamente lo status di città romana quando, l’imperatore, si assicurò della totale resa dei Bretti delimitandone i confini della Civitas a soli duecento iugeri.

La sorte dei Visigoti fu invece ben diversa rispetto a quella dei cosentini a quei tempi infatti, a soli 8 anni dalla morte di Alarico (nel 418), ebbero l’autorizzazione imperiale a stabilirsi in Aquitania come socii foederati e con il diritto di acquisire un terzo delle terre e di mantenere le proprie leggi e i propri re (evidentemente, quanto meno, non erano considerati più una minaccia dai romani).

In conclusione ritengo che la società civile e le istituzioni calabresi farebbero bene ad attivare una oculata promozione turistica a riguardo oltre ad avviare, opportunamente, la ricerca della tomba che, secondo le fonti storiche, è ubicata proprio nei pressi della città bruzia vista l’importanza del personaggio e la forte attrattiva che lo stesso esercita su una moltitudine di persone. La storia ha affidato questa occasione non a una o a un gruppo ristretto e privilegiato di individui, qualsiasi sia il loro ruolo nella società civile e/o nelle istituzioni ma a tutta la società cosentina in particolare e, calabrese in generale, quale patrimonio da tutelare e da valorizzare nell’interesse della cultura, della storia e della collettività.

 

Rota Amerigo Giuseppe geologo e appassionato di archeologia