Tre tentativi per un sogno all’Acquario

Max Mazzotta "porta in scena" Anna Marchesini

 Cosenza – Nella sua ultima apparizione in tv Anna Marchesini era mutata nel volto e nelle movenze, lontana anni luce da quella minuta signorina Carlo nel varietà anni ottanta, segnata da una malattia che non le diede scampo e che combatté sino alla fine.
Nonostante i mutamenti fisici era chiaro a chiunque fosse sintonizzato quella sera sulla Rai che l’attrice avesse mantenuto intatto il suo spirito creativo, la proverbiale verve che ne caratterizzò il ricco percorso artistico.
Lei, consunta dalla malattia, si ergeva in tutto il suo splendore comico con una energia tale da far dimenticare a chi la vedesse che quel corpo non era stato sconfitto: anche ingabbiati in quella rigidità artritica i suoi pensieri, le sue parole muovevano per lei i fili di una vita vissuta in maniera piena, sagace.
Non era facile confrontarsi con una delle icone della comicità nostrana, ancor più raccontarne la storia senza scadere in un pietismo che la Marchesini rifuggì sino all’ultimo respiro fatto su questa terra.
“Tre tentativi per un sogno”, pièce diretta da Max Mazzotta ed interpretata da Graziella Spadafora andata in scena giovedì scorso all’Acquario, ha il pregio di narrare quella vita con delicatezza, carezzando una vicenda incredibile che ha nella forza della donna un valore aggiunto -spesso tralasciato nell’economia della storia- e qui esaltato da una performance di sostanza.
Dalla provincia romana, una ragazza si avventura alla volta della capitale, folgorata dalla visione a teatro de “L’uomo col fiore in bocca”. “Il teatro mi risucchiò il corpo, l’anima”, dice, “mi era rimasto dentro”.
Sono i primi anni settanta, all’accademia “Silvio D’Amico” circolano Lorenzo Salveti, Luca Ronconi, Andrea Camilleri ad insegnare. Anna, avvolta in grande cappotto cammello, prende l’autobus-il 492- che la porta dritta verso il suo destino di attrice in piazza Quattro Fontane. E il destino si mostra subito beffardo: un pizzichio tra le gambe che ti fa andare continuamente in bagno, un “ri” di troppo, non fermano però quel “mondo che spontaneamente emergeva, quella curiosità verso gli altri come per l’uomo col fiore in bocca”.
Altro cappotto, altro autobus, altro giro: il secondo fallimento brucia un po’ di più, non basta Cechov, non basta la consapevolezza di dire a voce alta “mai Shakespeare!”. Ma il fato Anna lo sfida a muso duro e per la terza volta compie quello stesso percorso che l’ha vista ficcata e, finalmente, entra in accademia.
“Come sentire un profumo” i personaggi cominciano a popolare la testa della Marchesini e lì rimangono finché non incontra Tullio Solenghi e Massimo Lopez.
Sono i ruggenti anni ottanta, il tubo catodico detta legge, rifulge di luci calde il varietà con Baudo. Al sabato milioni di italiani si incollano davanti alle prime tv a colori in attesa di “Fantastico”.
In quel mondo di paillettes e spaccate il “Trio” domina la scena: con personaggi, macchiette, caricature offrono la foto nitida e spietata della società dell’epoca.
Anna, nonostante avverta ancora quel pizzichio, da vita a un microcosmo che trova nel paradosso, nel nonsense, linfa per costruire e proporre con coraggio -la censura, ricordiamo, all’epoca era ancora attivissima così come la DC- la sessuologa, la signorina Carlo, la cameriera dei signori Montagnè.
E proprio quando tutto sembra aver acquisito un senso che ritorna quel destino beffardo a cercare di interrompere il sogno. Questa volta però non bastano i tre tentativi a scacciarne le spire: compaiono i primi sintomi di una malattia devastante e degenerativa.
Il corpo di Anna non risponde più come dovrebbe, il tempo non gioca certo a favore: “capita a tutti di avere paura e rimanere ne buio”.
Ma la forza, la costanza di quel sogno di bambina hanno braccia e gambe che fremono e si muovono più veloci di prima per “rinascere e aggrapparsi a un altro sogno”.
Si ci inventa un altra vita, il palco diventa il proprio terrazzo, il pubblico i vasi messi in fila: si scrive delle proprie solitudini e di quei gerani muti che tutti avevano visto.
Si ci sente come quell’uomo col fiore in bocca, ma con la consapevolezza di aver vissuto ogni singolo istante della propria vita nella sua intera pienezza.
Un one woman show che risalta la poliedricità di Graziella Spadafora alla quale Max Mazzotta regala -e finalmente diremmo- uno spettacolo capace di esaltarne l’impegno di questi anni. La riverenza verso una delle attrici preferite della performer è come velluto su un canovaccio originale che speriamo possa arricchirsi nel tempo approfondendo una storia che avrebbe ancora tanto da dire.
Applausi meritatissimi per Mazzotta e Spadafora che davanti all’omaggio floreale portatole in dono dal regista esclama: “Volevo i gerani!”.
Simona De Maria