“Masculo e fimmina” , quando il linguaggio va oltre le parole

Successo per lo spettacolo portato in scena al Morelli da Saverio La Ruina

“Il linguaggio è una pelle: io sfrego il mio linguaggio contro l’altro. È come se avessi delle parole a mo’ di dita, o delle dita sulla punta delle mie parole.”: ciò che Barthes scrive in “Frammenti di un discorso amoroso” ha quella nota di universale che permea ogni singola parola del monologo “Masculo e fimmina” portato in scena al Morelli da Saverio La Ruina nelle settimane scorse. Il dialetto -significante della sfera emozionale- è idioma ove il fondatore di Scena Verticale ammaina la sua bandiera per approdare nel porto sicuro degli affetti materni. Sia anche gelido marmo conficcato nel terreno nevoso, la madre appare subito come figura onnipresente, irrisolto complesso edipico, con cui condividere il soliloquio. “Quanta neve tiniasi in cullo: ora ti pulisco con un panno speciale”, dice Peppino che intanto si figura il no di San Pietro ai cattolici della domenica. “Ogni pomeriggio dalle quattro alle sei sto qua”, dice alla madre, cominciando a narrarle del suo piccolo mondo quotidiano e dei personaggi che lo popolano. C’è Lina, la “teatrista”, dalla vita avventurosa che condivide con Peppino i bei ricordi. “Cominciano belli i miei -dice l’uomo-, ma sono belli a metà, sono le cose che non conosci, ma che avevi capito”. La gestualità accentuata, cifra ricercata dell’attore, sottolinea insieme alla musicalità della voce che parla nella lingua materna, la verità taciuta: “Sugnu nu masculu ca i piacianu i masculi”. Il racconto da qui si apre uno spiraglio in un insolito terreno leggero: La Ruina alterna il dramma al riso, in un gioco di specchi che si rifrangono uno sull’altro, facce di una stessa medaglia. La confessione, anche se tardiva, è necessaria ed insieme liberatoria: da qui l’uso dei due registri di stile, pastiche che rimarca il “sentirsi come gli altri”. La disamina di un termine che è condanna a vita e le cui declinazioni rappresentano un accanimento cieco e crudele: “la parola fa paura, dichiara Peppino, l’uomo non è niente di fronte la parola. A me una parola mi ha ucciso: ricchiune!”. “Statti attiantu!”, la frase pronunciata tante volte dalla madre era monito e balsamo per un cuore in pena, in perenne lotta tra l’essere e il dovere apparire. Il ricordo si fa dolce soffermandosi sulla cena della vigilia di capodanno, ma “bello a metà” anch’esso perché sopraggiunge l’amaro in bocca di un amore mai sbocciato davvero. “Peppì, hai mangiato?”: l’ancestrale preoccupazione materna, universale intreccio tra cibo e amore, è quello ricordo pieno, gratitudine “per tutto quello che non mi hai chiesto, mi hai rispettato sempre ed avevi solo la terza elementare”, afferma Peppino gonfio d’orgoglio. La vergogna dell’insolito ombrellone Crick Crock nella spiaggia libera di 114 lascia spazio a quella sensazione, la prima, provata dinanzi la nudità di quel bambino biondo. Senza capire perché Peppino ha la pelle d’oca nonostante l’afa dell’estate. Solo più tardi nel buio del cinema al tocco inaspettato dell’operatore scatta la paura: “paura perché avevo capito. A dodici anni mi ero accorto c’è mi piacevano i maschi: oddio, signu ricchiuni!”. Il peso di quella parola riecheggia nel ripensare a Gino, primo ricchiune del paese, e a quando lo apostrofavano per strada con quell’epiteto: “Ricchiunoooo!, sembrava che tutto il Pollino gridava”. Ed è un eco con cui lo “inchiovavano in cruci”, dice Peppino per cui il mondo cominciava e finiva tra quelle montagne. Pensava a una cura, un metodo per guarire Peppino, ma bastava la vista di un masculo per dire: “sungo omosessuale, amen!”. Quella consapevolezza, l’ennesima dinanzi la ritrosia di “normalità” agognata e temuta, diviene confessione al sedicente compagno col pugno chiuso per cui il personale è politico solo se rinchiuso in quel mediocre recinto di normalità. Quella stessa che porta Enzo a suicidarsi perché scoperto in bagno con Peppino dai compagni di classe. La vergogna è troppa, il ponte troppo invitante per decidere di farla finita, ma la madre, di nuovo, trova Peppino e il pericolo è scongiurato. L’amicizia con Vittorio, Saro e Marietto -santo Cosmo e Damiano in kimono su via Roma- diventati i protettori del paese, ci portano in in epoca in cui Peppino pare cominciare a respirare. L’amore per Angelo, sfuggente parentesi di normalità in cui “per la prima volta ho pensato che due maschi potevano stare insieme”, si trasforma nella tangibile consapevolezza che “due maschi insieme sono due ricchioni”. E poi l’insegnante dell’alberghiero, quello che diceva che le persone si giudicano dal collo in su, lo manda a lavorare a Riccione. Qui Peppino, barista all’hotel Vienna, conosce il timido Alfredo “il grande amore della mia vita”, quello per cui si strugge di quella “gulia che non passa mai” e rimane “‘mpinta nella gola”. La madre si ammala di quella lontananza che è preoccupazione ed insieme senso di possesso verso il figlio lontano. La storia con il pediatra di Treviso prosegue nell’oscurità di notti e viaggi in treno fino al suo tragico epilogo scelto, anche stavolta, dalla mano ipocrita e crudele della normalità. Il ricordo ritorna bello a metà, si mischia con l’immagine nitida di quella notte e che ogni notte, non appena si spegne la luce sul comodino, ritorna agli occhi di Peppino. “Comincio ad avere paura del tempo che passa, dice: sono passati vent’anni e i gay vent’anni dopo diventano semplicemente gay vecchi”. “Sì che ho mangiato,ma!”: rassicura nuovamente la madre dicendole che ad aprile va al mare dove cielo pietre, pini e ginestre gli restituiscono, infine, quel senso di libertà mai trovato in terra. “Faccio come quell’uomo che hanno trovato ibernato e mi risveglio tra cent’anni, afferma Peppino, e nu ricchiuni è solo uno con le orecchie grandi. Mo lo scrivo pure: svegliatemi in un mondo più gentile”. La neve scende copiosa, il buio sale e si avvicina l’ora della consuetudine. La gabbia dell’odio che imprigiona i cuori e le emozioni, la repulsione verso un sentimento che “esiste da sempre” sono la quieta abitudine quotidiana del nostro egoismo. La libertà, però, si libra leggera nell’aria, sorvola le montagne innevate ed arriva sino al mare: Peppino è sulla spiaggia assolata e la pelle d’oca pervade il suo corpo, la sua pelle, sino al cuore puro di chi d’amore vive non ricambiato.

 

Simoma De Maria