La “commedia all’italiana” rivive con Max Mazzotta

Oggi in replica al piccolo teatro Unical

È dal neorealismo che la commedia “all’italiana” prende forma assurgendo a genere. Lo sa bene Max Mazzotta che, con lo spettacolo andato in scena al Piccolo Teatro dell’Unical il 13 dicembre e in replica il 14 e stasera, omaggia un filone del cinema tricolore cui proprio con De Sica e Visconti, passando per Comencini e Fellini si deve quella zavattiniana ombra che ammanta anche il riso più sguaiato e che ha prodotto i capolavori di Monicelli, Scola, Risi. È quel senso di inadeguatezza a contenerlo e limitarlo esasperandone il tratto contraddittorio che permea ogni gesto o parola. Inevitabile il parallelismo con “Prove aperte”: Bergson e una dimensione più legata alla commedia dell’arte con lo spettacolo del 2016, qui, invece, il nesso stretto con il cinema porta a confrontarsi con una iconografia più popolare. Non a caso la messa in scena di “Commedia all’italiana” appare più cervellotica riuscendo nell’impresa, non facile, di ricostruire un vero e proprio set cinematografico. Il quadrato magico diviene cerchio felliniano costruendo una nuova geometria degli spazi che porta lo spettatore ad assistere a scene con più piani d’azione. La storia di Tommy (Max Mazzotta) e del suo carrozzone di personaggi è la storia di un mondo che realizza nella celluloide il proprio personale microcosmo interiore, i propri drammi e le proprie aspirazioni. Il canovaccio diviene, anche qui come in “Prove aperte”, pretesto per un’analisi più immediata sul sistema valoriale che dal personale si riversa sull’universale, dal soggettivo all’oggettivo.  L’elemento dualistico intrinseco nella commedia porta il protagonista dell’immaginario lungometraggio Lello (Paolo Mauro) ad oscillare tra tragedia e grottesco, sempre in bilico su un baratro con vista su un futuro di speranze: “la comicità è intrinseca nel dolore e nel pianto”, spiega alla figlia (Antonella Carchidi). Ma, “se hai la fine in pugno, l’inizio è una passeggiata”, dice Tommy che di questo mondo quasi circense è il regista, l’attore, lo sceneggiatore e, suo malgrado, anche lo psicologo. La pièce deve molto al consolidato connubio artistico tra Mazzotta e Mauro: perfetti i tempi comici, l’accentuata gestualità dei corpi, la mimica facciale che disegna sui volti maschere ad hoc. La scena del tango -Serrault e Tognazzi dei giorni nostri- è l’akmé di uno spettacolo in cui il duo domina rubando la scena, come è giusto che sia, ad assistenti che all’occasione divengono attori (Francesco Rizzo), direttori della fotografia dall’improbabile accento bohémien (Matteo Lombardo), quarantenni sull’orlo di una crisi di nervi (Alma Pisciotta), ragazzine che “vengono dal teatro”. Mazzotta nel suo percorso artistico è sempre stato generoso con la sua compagnia recependo appieno quello che il suo maestro Strehler a suo volta fece al Piccolo e lo ha dimostrato ancora una volta con “Commedia all’italiana”, fotografia nitida di un lavoro corale. “Sublimare la commedia” affidandosi a quello che Tommy definisce “iper-realismo” è iperbole di un modo di fare arte relegato ormai in epoche d’antan: nell’oggi c’è spazio solo per la frustrante consapevolezza di una crisi che investe ogni campo d’azione. Eppure quella corda tesa sulle sconfitte, quel muro che diviene ostacolo da sormontare appaiono come corsa incessante verso l’ignoto del proprio destino. Dove questo percorso porterà non è dato sapere. “Un’accozzaglia di emozioni in un microsecondo di scena”: magari il lieto fine è arrivato, ma noi non ci siamo neanche accorti del suo passaggio.

 

Simona De Maria