“Acqua di colonia”, se il razzismo non salva nessuno

Un oltremare farcito di stereotipi e razzismi: “Acqua di colonia” sciorina uno ad uno secoli di imperialismo in terra d’Africa.
Non si salva nessuno. Neanche il placido Topolino, nemmeno Montanelli o il “radical chic con le Birkenstock ai piedi”.
“Siamo tutti colpevoli”: come un mantra lo spettatore ascolta senza però sentire alla fine quel senso di sollievo agognato come acqua nel deserto, anzi, si esce dal teatro con il peso sulle spalle di colpe ataviche, connaturate oramai al nostro essere.
Il duo Frosini/Timpano fa della commedia dell’arte il grimaldello per scoperchiare sessant’anni di politiche coloniali: “non sappiamo niente”, affermano, e la frase ha il sapore amaro del giudizio universale, spietato quanto vero, per cui la nostra è da sempre una cultura basata sul sessismo e sul patriarcato che si nutre della discriminazione in ragione del sesso, dell’origine etnica, della religione e dell’identità di genere.
La costruzione di uno spettacolo sulle conquiste italiane in Africa Orientale diviene nella pièce pretesto per elencare i nostri peccati che, con sapienza filologica, si ci ripresentano, inesorabili, come la peperonata ad una cena luculliana.
“Facciamogli un bignamino”, dicono, mentre si comincia ad intonare “Addio sogni di gloria”. Sulle note di De Stefano si chiede di “immaginare come fece Salgari” Massaua nel 1938, “un caldo impressionante”, e raggiungere le vette di Asmara con un “freddo di merda” a cingerci le membra.
La geografia di luoghi lontani un mare e più, l’ennesimo elenco di flora e fauna dal sapore esotico presi testualmente da una guida dell’epoca ci danno il senso estremo di inadeguatezza, di nudità di fronte stereotipi che, attraverso l’arte tout court si tenta di “normalizzare”.
L’Africa prima del colonialismo “non esisteva”, ma è grazie all’alleanza di due patriarcati che nel primo mondo, così come nel terzo, “prendiamo atto che delle donne non frega niente a nessuno”.
Con il brano del 1935 di De Angelis si approda alla conclusione: “non sappiamo come si sta al posto loro, ci sembrano irreali e poi già stiamo scomodi al posto nostro!”.
Il pensiero, palesato, diventa verbo, carne, quella stessa carne che affiora senza vita sulle rive dei nostri mari: “questi che con i loro corpi inquinano il nostro mare dice mia madre”, ma è la stessa nostra madre, è la nostra stessa immagine riflessa nello specchio dell’ignoranza e dell’ipocrisia.
Perché il colonialismo non è altro che il paradigma della nostra coscienza collettiva votata al pensiero unico del “prima di noi c’erano solo paludi”. E riguarda tutti: pseudo cattolici, pseudo di sinistra.
La disamina raggiunge qui il suo acme: il lavoro di Timpano e Frosini è certosino.
Prima delle ideologie fasciste, prima di Kant, Croce ed Hegel sino ai confini della storia con Aristotele e la “democratica” Atene si giunge al “Je suis Neanderthal” soppiantato dall’africano homo sapiens.
Si approda così nel non luogo della negazione, del “non è mai accaduto”, del “che vuoi che siano quattro stragiucce”, dove l’acqua viene per spazzare via tutto e dove tutto profuma di acqua di colonia.
E allora tutti insieme, come si scrive a caratteri cubitali sul titolo della Unità, si esce di scena al grido di “italiani brava gente”.
Anche “La mia Africa” e la sua trasposizione cinematografica con Meryl Streep ti fanno odiare Frosini e Timpano, allargando un orizzonte infarcito di retorica e luoghi comuni. Troppo impegnati noi a sentire le avventure d’Africa di un Montanelli galvanizzato dal ricordo della sposa dodicenne che tanto “a quell’età là
so già grandi”, o le canzonette dell’epoca che non cantiamo, però alla prima nota battiamo il piedino.
Il velo del pudore è stracciato: “ma quali ariani se siete mezzi arabi?” dicono.
Non stupisce l’unisono grido: “civilizziamoli!” se la storia ci porta alla statua eretta per commemorare Rodolfo Graziani, se l’Aida, definita teatro del potere, è stata commissionata dietro lauto compenso a Giuseppe Verdi per inaugurare il nuovo teatro dell’opera del Cairo.
Nessuno può sfuggire, neanche Pasolini, divenuto oramai ombra di se stesso, murales che fa da sfondo silenzioso a quel gruppetto di radical chic che lo nominano senza averlo mai letto durante il loro aperitivo al Pigneto.
Il vuoto intellettuale è profondo quanto il mare nostrum, nero, buio freddo.
È quel vuoto lasciato dalla sediolina dove prima era seduta, silenziosa, la ragazza di origine magrebina e che ha ceduto il posto a una scimmia di peluche.
Non importa il suo appello ad avere diritto di parola -fortissima l’immagine che ci restituisce delle campagne pro-Africa-, ad essere ascoltata.
Il razzismo fagocita ogni cosa, quotidianamente, in ogni luogo della terra e lo fa insinuandosi nelle menti di ognuno di noi, anche nei più piccoli. La lettura di un tema contenuto nel volume “La pelle giusta” curato dalla “nostra” Paola Tabet ci ricorda più in generale come sia lungo il percorso contro le distorsioni della comunicazione in qualsiasi ambito essa
si svolga. Di padre in figlio il seme del razzismo prolifera.
E noi ancora qui a discutere di ius soli.
Simona De Maria