Capi di Stato accolti al Quirinale per il G20 con piatti a base di salmone

Otto Torri sullo Jonio: mancata occasione per promozione made in Italy

Ma come si può pretendere che gli italiani difendano e promuovano il vero ed autentico Made in Italy ogni giorno, a tavola, nei frigo di casa, nel carrello della spesa, nella ristorazione e nelle mense scolastiche se i messaggi che giungono loro dai vertici delle istituzioni nazionali sul valore dell’identità agroalimentare ed enogastronomica del Bel Paese restano quanto meno assenti, deboli per non dire equivoci e spesso contrari?
Ma come si può immaginare, per fare solo un esempio attuale, che gli italiani facciano propria e dal basso la battaglia contro le multinazionali del cibo spazzatura (anche attraverso il No al famigerato Nutriscore) se proprio su questi temi, come si suol dire, il pesce puzza dalla testa? È quanto dichiara il direttore dell’associazione europea Otto Torri sullo Jonio Lenin Montesanto definendo assurda, paradossale, incomprensibile e comunque inaccettabile l’inopportuna disattenzione dimostrata al Quirinale nella scelta del menù proposto per la cena di gala con i capi di Stato partecipanti al G20 svoltosi a Roma nei giorni scorsi.
Pomposamente annunciato sui media come “il meglio della tradizione culinaria italiana ed a base di pesce e sapori mediterranei”, il menù preparato dagli chef del Colle ha esordito però con un antipasto di salmone, divenuto ormai simbolo della diffusa genuflessione della ristorazione italiana a questo pesce di importazione ed icona documentatamente negativa per i tanti lati oscuri più volte denunciati sia rispetto ai suoi allevamenti intensivi che mettono a rischio la salute umana e dell’ambiente (Fonte: Scottish Salmon Watch), sia per le gravissime violazioni del benessere animale (Fonte: Compassion in World Farming e OneKind). L’importante e quanto mai sconclusionato ruolo di introduzione a quel menù presidenziale che sarebbe dovuto essere eloquentemente identitario, affidato invece ad uno dei più discussi prodotti ittici di importazione (l’Italia è fra i primi 10 importatori di salmone scozzese!) ha rappresentato e veicolato purtroppo l’immagine ancora una volta perdente di un Paese che continua a sentirsi stranamente orfano di una qualsiasi identità alimentare, senza storia, smemorato, distratto o gravemente superficiale rispetto a quella cultura agricola, contadina e marinara di cui dovrebbe invece saper vantarsi su scala globale, come icona di una qualità della vita altrove irrintracciabile o smarrita, anche e soprattutto in contesti prestigiosi, autorevoli solenni ed internazionali come la cena offerta dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Per quel che ci riguarda, quella inutile scelta del salmone, divenuta del resto il pessimo biglietto da visita di buona parte della ristorazione italiana che da Nord a Sud baratta le emozioni e le esperienze delle identità culinarie territoriali con cliché d’importazione e di dubbia qualità, ha rappresentato una grande occasione mancata per l’Italia di ribadire anche e soprattutto al G20 una posizione chiara ed inequivocabile sul valore della dieta mediterranea e, in particolare, sulla qualità e bontà del pesce del Mediterraneo.
Quella disattenzione che magari diventerà perfino un trend ed una stelletta in più per quello chef (che a differenza della famosissima cuoca di Mitterand non sarà mai considerato un pioniere del turismo rurale!), a nostro avviso rischia anche di indebolire la battaglia unitaria che associazioni, produttori ed eurodeputati stanno finalmente portando avanti a Bruxelles per dire no al Nutriscore e con esso a tutti i tentativi di minare, insieme alla qualità, tracciabilità, trasparenza ed identità plurisecolare delle cucine regionali della Penisola, anche il 15% del PIL nazionale. E di distrazione in distrazione, ad aggravare qualora ve ne fosse stato bisogno la brutta figura nazionale al Quirinale a quella cena di Stato è stato perfino chi ha consigliato al Presidente del Consiglio Mario Draghi di accogliere i rappresentanti del G20 ospiti di Mattarella con due cadeaux speciali: un vino ed un extravergine entrambi figli legittimi di due sole aree geografiche e produttive del Paese (il Veneto e la Liguria).
È stata, questa, un’altra buona occasione persa, in questo caso dal Governo, per valorizzare quanto meno due aree dello stesso Paese; sia in omaggio alle più importanti regioni italiane e mondiali per produzione olivicola (Puglia, Calabria, Sicilia e Campania); sia per presentare al mondo, anche alla luce del dibattito meridionale sulla ripartizione delle risorse del PNRR, la ricchezza territoriale di biodiversità di un Made in Italy agroalimentare che non può più coincidere con la solita pubblicità e cartolina anni ’80 di una sola e circoscritta area della Nazione. Perché non è così.