Cariati, tra vino e fede

“I calabresi mettono il loro patriottismo nelle cose più semplici, come la bontà dei loro frutti e dei loro vini. Amore disperato del loro paese, di cui riconoscono la vita cruda, che hanno fuggito, ma che in loro è rimasta allo stato di ricordo e di leggenda dell’infanzia.“

Il compianto scrittore Corrado Alvaro descrive così la sua gente. Era molto legato alla sua terra di origine ,portò sempre con sé dei segni indelebili sull’essere calabrese ed essere molto legato a questa regione, alle abitudini e alla sua gente.

La Calabria, distesa tra le sue montagne fra due mari quasi a stender la mano alla Sicilia, presenta panorami d’incomparabile bellezza e vastità. Terra rivestita di marine, di colli, di monti, di costiere che s’immergono nel glauco mare e nelle quali sono qua e là incastonate, gemme preziose, le reliquie di grandi ed illustri città greche che resero famosa questa Italia antichissima, questa regione stupenda. Agli incantevoli scenari della Natura va aggiunto quello che ha creato l’uomo durante secoli di civiltà: città, borghi, chiese, abbazie, castelli…

Borghi come quello di Cariati, una cittadina della Calabria ionica della provincia di Cosenza. Il comune, secondo la documentazione esistente nell’archivio segreto del Vaticano, fu elevato a sede vescovile il 27 novembre 1437, sotto il pontificato di papa Eugenio IV.
Fu la principessa Covella Ruffo, all’epoca feudataria di detta città, che chiese e ottenne dal sopraccitato pontefice la promozione a cattedrale della chiesa cariatese di San Pietro, sulla quale la sua famiglia vantava diritto di giuspatronato.
All’atto della fondazione la diocesi era costituita, oltre che da Cariati, dai centri di Terravecchia, Scala e San Morello, le cui parrocchie furono sottratte alla giurisdizione dell’arcidiocesi di Rossano.

Il borgo di Cariati è esaltato dalla visione della concattedrale di San Michele Arcangelo.


Di origine medievale, la cattedrale di Cariati era originariamente intitolata a San Pietro. La struttura, costruita nel V secolo d.C., ha subito nel corso del XVIII secolo lavori di ampliamento e ristrutturazione. Fu il vescovo di Cariati Nicola Golia (1839-1873) a volerne la trasformazione in stile neoclassico, confermando la devozione a San Michele Arcangelo sancita nel 1741 dal vescovo Carlo Ronchi. Monsignor Golia inaugurò nel 1857 l’edificio, realizzato dal maestro Carmine Ruggero, su disegno dell’architetto napoletano Orazio Dentice .

La facciata è preceduta da un porticato, dal quale si erge il campanile, costruito successivamente. La cupola è rivestita con mattonelle di maiolica policrome, un tripudio di colori che solleticano la vista.

L’interno del luogo di culto presenta tre navate separate da colonne ioniche disposte in coppia. In ciascuna navata laterale si trovano tre altari. Di particolare interesse sono le cappelle dedicate a San Cataldo e al Santissimo Sacramento, quest’ultima dotata di un altare marmoreo barocco, opera di scuola napoletana del ‘700. Sull’altare maggiore è posta una tela raffigurante l’Assunzione di Maria Vergine, opera del pittore calabrese Raffaele Aloisio. Ai lati del presbiterio si trova un coro ligneo in stile barocco, intagliato e decorato da Gerolamo Franceschini di Serra San Bruno e realizzato tra il 1755 ed il 1759. Sulla volta della navata centrale è raffigurato San Michele Arcangelo che scaccia Lucifero e gli angeli ribelli dal Paradiso, opera eseguita nel 1912 dal pittore napoletano Luigi Taglialatela.

La sacralità del posto è accompagnata dal sapore di mare e salinità. Cariati nel 2015 si è aggiudicata la Bandiera Verde delle Spiagge, l’autorevole riconoscimento europeo assegnato dalla FEE.

Il blu del mare si può facilmente accostare alle varie sfumature di buon calice di vino e infatti poco distante dal borgo si possono intravedere chilometri di colline con versanti ripidissimi ricoperti di vigneti che rappresentano il mondo dell’azienda iGreco. Grazie a sette fratelli, figli di Tommaso Greco, e grazie all’amore per la loro terra che è stato possibile preservare queste bellissime colline e creare un forte legame tra l’uomo e la campagna. Il risultato di questa forte simbiosi è uno straordinario esempio di come questa antica cultura sia fortemente radicata alla sua terra. La storia comincia negli anni sessanta, quando Tommaso Greco, già produttore di olio e vino a Terravecchia, costruisce il primo frantoio oleario a Cariati. L’azienda cresce espandendosi nei terreni di Scala Coeli, Cirò, Cirò Marina, Crotone, Strongoli, Carfizzi e Spezzano della Sila. Un’azienda che si estende per centocinquanta ettari di uliveti, di cui cento destinati all’olio biologico e ai prodotti di denominazione di origine protetta (DOP) e cinquanta ettari di vigneti localizzati soprattutto sulla costa jonica tra Cariati e Cirò Marina. Il cuore dell’azienda è custodito in una moderna e sobria struttura, incastonata in un ambiente da favola nel quale si fatica a discernere il cielo dal mare. Due confini naturali incontaminati, spettatori e testimoni dell’amore e del rispetto per la natura, valori fondanti dell’attività aziendale.

Uliveti e viti vengono allevati con immutato amore antico, scrupolo artigianale, tecnologie avanzate con lo scopo di ultimo di emozionare il consumatore e garantire un livello sempre di qualità per trasmettere ovunque il “senso della Calabria”. Amorevoli cure e attenzioni seguono le viti fino alla vendemmia. Caldo, freddo, umidità dell’aria e del terreno, venti e sole, sono alcune coordinate attraverso le quali si decidono i tempi maturi per la vendemmia. Da Agosto in poi si inizia il piano di raccolta delle uva, valutate successivamente sui filari, passando sui tavoli di selezionamento, pazienti nastri trasportatori che consentono agli operatori di scartare i grappoli di uva non idonei alla produzione. Nell’azienda iGreco ogni anno vengono create mezzo milione di bottiglie che allietano i simposi italiani e stranieri. I vini prodotti sono sette, e portano i nomi della famiglia declinati al vezzeggiativo: sette “figli” della stessa azienda, tutti con caratteri e vocazioni diverse, la diversità degli imprenditori e dei vini è una ulteriore risorsa sulla quale si fonda l’attività: Filù, Tumàsu, Masino, Catà, Savù e Riticella hanno un’anima e raccontano storie fantastiche!

Tra questi ettari c’è il vitigno Calabrese, varietà peculiare del territorio, che ha permesso, anche grazie all’aiuto di uno dei maggiori enologi italiani, Riccardo Cotarella, di produrre il Masino. Un vino quattro volte vincitore del prestigioso premio “Tre Bicchieri” del Gambero Rosso.

L’olio extravergine di oliva si attesta intorno ai cinquemila quintali annui circa e la raccolta delle olive avviene anche con scuotitori meccanici e a mano. Il metodo di lavorazione delle olive è quello a ciclo continuo ad impianto trifase, altamente tecnologico, che garantisce una velocità di molitura sugli ottanta quintali di olive ogni ora. Le olive raggiunto il frantoio trovano due “linee di estrazione a freddo” che estraggono il prezioso liquido senza alterare il gusto e le caratteristiche organolettiche. Nell’ipertecnologico laboratorio aziendale l’olio viene analizzato e classificato, successivamente stoccato in cisterne di acciaio inox, in un locale buio a temperatura controllata per consentire la decantazione naturale.

Alessia Rausa