I hate my village “assaltano” il Mood

L’ultimo avamposto per ascoltare musica di qualità in una città che, nonostante gli antichi splendori, sonnecchia da troppo tempo: il Mood, a Rende, è di sicuro roccaforte dove vedere concerti definibili tali.
Due settimane fa   ad esibirsi gli “I hate my village” neonata band dalle sonorità che spaziano dal blues alla fusion passando per ritmi tuareg.
Il gruppo vanta una formazione che è summa di alcuni pezzi di storia della musica italiana underground: da Fabio Rondanini (Afterhours, Calibro 35), Marco Fasolo (Jennifer Gentle) Alberto Ferrari (Verdena), Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion).
Ne nasce un mix di influenze e di vissuti che scatena sul palco energia pura.
Ritmi tribali aprono la performance con due pezzi strumentali suonati tutti d’un fiato: “Presentiment”, “Tramp”.
“Fare un fuoco” introduce la voce dell’ex Verdena con “Acquaragia”. Virtuosismo e tecnica s’intrecciano a fraseggi highlife e jazz che portano all’esecuzione di “I hate my village” -omen nomen- eseguita in un crescendo di atmosfere quasi baccanali in cui si scorge tutta la freschezza di un quartetto che ama ciò che fa -e lo si percepisce chiaramente da sotto al palco- senza velleità futuristiche, ma godendo del momento di grazia.
È lo stesso Marco Fasolo ad ammetterlo a fine concerto: “Si vede perché siamo all’inizio e ci sopportiamo!”.
Dopo “Kennedy”, con “Fame” si raggiunge l’akmé di quello che è il liet motiv della band: i suoni blues riecheggiano nelle note così come nelle corde vocali.
“Bahum” è il perfetto intermezzo che trascina verso un finale che spazia dalle torbide atmosfere di
“Tony Hawk of Ghana”, sporcate da ritmi elettrici e, insieme, fusion, sino ad arrivare alla cover di “Don’t Stop ’Til You Get Enough” di Michael Jackson.
La performance si conclude con “Tubi Innocenti”, direttamente dall’album solista di Adriano Viterbini -tra i chitarristi più interessanti attualmente nel panorama musicale italiano- “Film O Sound”.