Il prefetto che ha “siglato” la fine di Lucano (e che oggi si dimette perché la moglie è indagata…)

Michele Di Bari, oggi in “fuga” dal dipartimento Immigrazione del ministero degli Interni, era prefetto a Reggio nel 2016 quando i “suoi” ispettori “sentenziavano” il crollo del modello Riace e il conseguente invio delle carte in procura (sotterrando la relazione Campolo che invece premiava l'ex sindaco). Al Viminale c'era Marco Minniti...

Ha un passato decisamente “calabrese” il prefetto Michele Di Bari, ormai l’ex capo del dipartimento Immigrazione del ministero degli Interni costretto alle dimissioni perché la moglie è indagata a Foggia per “capolarato”, sfruttamento proprio degli immigrati nei campi di lavoro. Come dire che a guidare i pompieri c’era un parente di Nerone. Un passato “calabrese” per Di Bari e un presente e un futuro che segnerà per sempre una delle pagine più paradossali dell’accoglienza di Calabria, ascesa e crollo di Mimmo Lucano condannato a più di 13 anni di carcere in primo grado proprio per il “sistema Riace”. Era prefetto di Reggio, Di Bari, quando gli ispettori della prefettura nel 2016 “siglano” l’inizio della fine di Mimmo Lucano autografando una relazione impietosa finita poi in procura.
Il procuratore di Locri, Luigi D’Alessio, lo ha detto espressamente lo scorso maggio, aprendo l’udienza dedicata alla requisitoria del pm Michele Permunian che aveva chiesto, per Lucano, 7 anni e 11 mesi di reclusione. «Quello che ha mosso questa indagine è la relazione prefettizia molto dettagliata». Esplicito riferimento all’ispezione del viceprefetto Salvatore Gullì inviato a Riace proprio dal prefetto Michele Di Bari.
Una relazione durissima in cui, nel dicembre 2016, la prefettura evidenziava una serie di criticità nella gestione dei progetti di accoglienza. Le regole di ingaggio erano chiare e il viceprefetto Gullì lo scrisse pure nel documento: «L’ispezione è stata condotta partendo dal presupposto che gli aspetti positivi di cui si è detto non giustificano di per sé previsioni derogatorie alla normativa ordinaria». Un punto di partenza che, pagina per pagina, si è trasformato in una relazione devastante per il piccolo comune che si affaccia sullo Jonio. Nel documento depositato agli atti del processo, infatti, si legge: «È stato accertato che le convenzioni stipulate dal Comune di Riace con tutti gli Enti gestori individuati, vengono attivate a chiamata diretta e fiduciaria, quindi con criteri di selezione ampiamente e assolutamente personali e discrezionali il ché, lesivo della concorrenza, non sembra conforme ai principi di imparzialità e trasparenza». E ancora: «Carenze gestionali» e «caos amministrativo» in cui «potrebbero insinuarsi e proliferare abusi di qualunque genere». Per gli ispettori del prefetto Di Bari la strada era in discesa e portava dritta alla procura della Repubblica di Locri. Nelle conclusioni c’era già la destinazione finale di quella relazione: «Non si può escludere che, oltre alle ipotesi di danno erariale, per mancato rispetto delle norme di contabilità e di finanza pubblica, il cui accertamento per responsabilità contabile è di competenza del magistrato contabile, potrebbero emergere anche profili di responsabilità di altra natura di competenza del magistrato penale».
Dalle parole ai fatti. La prefettura ha prima bloccato i finanziamenti per i progetti di accoglienza dei migranti a Riace, facendo collassare il sistema di accoglienza e poi ha dato l’incipit all’inchiesta dei pm di Locri che nell’ottobre 2018 arrestarono Mimmo Lucano pochi giorni prima che il ministero dell’Interno targato Lega revocasse i progetti di accoglienza (decisione poi cassata dai giudici amministrativi). Sono i mesi e le settimane delle ispezioni cotinue a Riace, otto in un anno. Solo una relazione però ha conosciuto polvere e cassetti, quella del viceprefetto Francesco Campolo che, nel gennaio 2017, definisce Lucano «un uomo che ha dedicato all’accoglienza buona parte della propria vita combattendo battaglie personali e raccogliendo riconoscimenti internazionali di assoluto prestigio». Notizie su quella relazione Lucano ne ha chieste più volte, anche al ministro Minniti. E quando si è presentato con Zanotelli da Di Bari proprio per avere lumi sulla relazione di Campolo il prefetto non li ha neanche ricevuti. Ai giornalisti che chiedevano notizie di quella relazione, lo stesso Di Bari dribblava le domande: «L’argomento ormai è in mano all’autorità giudiziaria. Noi non c’entriamo più niente. Bisogna chiedere all’autorità giudiziaria, non a noi. Ne siamo fuori». Era ottobre 2017. Mancava ancora un anno per l’arresto di Lucano, che voleva solo capire il perché non avesse diritto a leggere una relazione della prefettura sul Comune del quale era sindaco.
Nessuna risposta fino a quando i suoi avvocati non denunciarono l’anomalia alla procura della Repubblica di Reggio Calabria. Solo allora, nel febbraio 2018, il sindaco di Riace ha potuto leggere la relazione del viceprefetto Campolo. Che nel frattempo, chissà perché, è stato trasferito. «Non so se ha pagato questa relazione –ha spiegato in aula un altro funzionario della prefettura – ma di sicuro non è stata gradita». Secondo il pubblico ministero che ha chiesto la condanna di Mimmo Lucano «il dottor Campolo inspiegabilmente ha disatteso le direttive ricevute dal suo diretto superiore gerarchico, il prefetto Michele Di Bari, redigendo una relazione secondo criteri non tecnici».
Già. Una relazione “spontanea” in netto contrasto con quella che “preordinata” dal prefetto Di Bari. Oggi in “fuga” dal ministero…

I.T.