Occupato il teatro Rendano

Sasà Calabrese: Da più di un anno siamo in ginocchio nell'indifferenza delle istituzioni

Quando non è solo la pandemia, ma il perpetrarsi della quasi totale assenza di politiche volte alla valorizzazione del comparto culturale, appare chiaro il motivo per cui le lavoratrici e i lavoratori di Approdi abbiano ieri simbolicamente occupato a Cosenza il teatro di tradizione Alfonso Rendano.
Non a caso ricorreva anche la ricorrenza del Primo Maggio: “la Festa del lavoro che non c’è –ha affermato il musicista Sasà Calabrese- ma che non c’è mai stato. Da più di un anno siamo in ginocchio. Glia appelli rivolti alle istituzioni sono sempre caduti nel vuoto, ma bisognerebbe capire, invece, che c’è bisogno di cura e cultura”.
La crisi del settore a queste latitudini è oramai divenuta sistemica, “Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema” si legge sulla maglietta di uno dei manifestanti: “i teatri già viaggiavano a scartamento ridotto: erano per la maggior parte chiusi o comunque senza una programmazione. In Calabria non c’è un solo teatro pubblico dove ci sia una compagnia che lavori in modo continuativo. A Cosenza poi, la situazione appare ancora più drammatica: il Rendano non ha un direttore artistico da anni e si limita ad ospitare rassegne private o eventi singoli, il cinema Italia è stato dichiarato inagibile nel gennaio del 2020, il teatro Morelli è ritornato agli eredi per una situazione debitoria che persisteva da tempo, l’Acquario era in crisi già da prima della pandemia. Ma sono anche i luoghi simbolo della cultura a versare in condizioni critiche da tempo. Basti pensare alla biblioteca Civica, alla Casa delle culture, ai tanti spazi pubblici cittadini abbandonati e privati della loro funzione di condivisione dei saperi”, ha dichiarato l’attore Manolo Muoio.
L’onda lunga delle occupazioni che dal Piccolo di Milano, passando al Globe di Roma è arrivata sin qui ha creato un movimento a livello nazionale che già da tempo lavora con i Ministeri della Cultura e del Lavoro –l’ultimo incontro risale allo scorso 29 aprile- per una legge quadro che sia in grado di rimettere a sistema il comparto culturale. Da qui il paradosso: “riuscire a dialogare con un ministro e non con la politica locale è alquanto svilente”, ha spiegato Muoio. “Le istituzioni tacciono: Orsomarso, Occhiuto, Spirlì non hanno risposto alle nostre richieste di istituire un tavolo tecnico. Eppure ciò che chiediamo è di coinvolgerci in bandi e progetti capaci di valorizzare le maestranze e le competenze. Bisogna reiterare il bonus elargito dalla regione con i fondi ancora disponibili e tutelare chi ancora è costretto a lavorare in nero”, ha proseguito l’attore.
Una rete quella di Approdi che è stata però capace di coinvolgere le realtà locali che a diverso titolo in questo anno di pandemia hanno dato vita a un movimento che ha posto l’attenzione sui temi del conflitto sociale, la valorizzazione dal basso dei beni comuni: “anche noi crediamo che la condivisone di questi percorsi possa significare uscire dalla crisi che è delle idee, oltre che economica. Abbiamo bisogno di riappropriarci degli spazi che appartengono alla comunità, poterli di nuovo vivere e utilizzare. Occupare il Rendano significa riappropriarci di uno spazio pubblico: i teatri devono essere abitati dai teatranti, non possono essere il salotto di casa dell’amministratore pubblico di turno”, ha concluso Manolo Muoio.

SDM