Il “rosso relativo” della provincia di Cosenza

La “nuova Bergamo”, dove si muore di Covid in ambulanza in attesa (vana) di sbarellare. L'Annunziata è plesso oramai solo pandemico, le condizioni per lo stato di emergenza ci sono tutte. Vertice inconcludente tra sindaci, prefetto e Asp per chiudere tutto in barba “all'arancione” beffardo (o taroccato?) di inizio settimana. Ma s'è deciso di non decidere, le autorità sanitarie non danno l'ok e unità di crisi rinviata in Cittadella (ma senza istituzioni cosentine). La preoccupazione è alle stelle, molti primi cittadini sul piede di guerra

A sera sindaci, prefetto di Cosenza e vertici Asp provano a dare un senso a chi muore di Covid in ambulanza nel piazzale antistante in attesa (vana) di poter sbarellare (un uomo di 75 anni, di Rende). L’obiettivo della gran parte delle fasce tricolori è chiudere tutto nuovamente in “zona rossa”, bolla iperbarica da perimetrare nella contagiosissima provincia di Cosenza. Richiesta da far condivedere e inoltrare tutti insieme alla Cittadella di Nino Spirlì, Brancati e Longo. Acri, tanto per capirci, ha già riottenuto il “rosso” di suo in giornata, dopo averlo richiesto ieri ma senza esiti. Il vertice finisce con un nulla di fatto, sconcertante e sconsolante per certi aspetti. Ci si rivede come unità di crisi, per la provincia di Cosenza, domani in Cittadella ma senza istituzioni cosentine, senza sindaci né presidente di Provincia. E molte “fasce”, oltreché allarmate, sono sul piede di guerra.
Un nulla di fatto quindi. Con l’Asp a tranquillizzare argomentando che l’intero territorio provinciale non è da zona rossa, lo sono semmai alcuni circondari, alcuni perimetri. Peccato però che quotidianamente questi focolai non li conosce nessuno, sono esoterici e l’Asp se li tiene ben stretti, sia pure impegnandosi da adesso a firnirli ai sindaci. Insomma l’Asp non dà il semaforo verde per il rosso provinciale, nonostante le grida di urla disperate di diversi sindaci e la preoccupazione dilagante ormai. Fa fede, secondo l’Asp (su indicazione, ovviamente, della Cittadella) quel dato da “arancione” che è stato inviato al ministero e che ha ricolorato la Calabria da oggi. Che ci sia del “tarocco” dietro, come sospetta più d’uno, è presto per dirlo. A Trapani, dove è intervenuta la procura, c’è voluto un po’ di tempo ma poi le sirene sono arrivate lo stesso. Basta avere pazienza. Resta il paradosso di un Covid mai visto così in giro e proprio nel momento “dell’arancione”. E restano, soprattutto, i numeri che inquietano.
Secondo la Fondazione Gimbe la Calabria ha ancora una volta la maggiore incidenza percentuale di contagio (come si vede nel grafico). Non solo. Sulla carta, dati inviati a Roma, la Calabria ha il 25% di occupazione delle terapie intensive ma su base di 152 terapie intensive totali. Non è che sono state inserite, magari per “sbaglio”, anche quelle terapie intensive fantasma, quelle dove compaiono solo i letti vuoti e senza strumentazione sopra? In tal caso, come è ovvio, più alzi i letti più abbassi la percentuale di occpuazione e più scende l’indice Rt. Anche da qui “l’arancione” di Calabria? Che fosse questo il primo step di una partita politica ed elettorale che “appalta” la Calabria agli slogan aperturisti della Lega? Presto per dirlo, molto presto. Per ora si contano morti, feriti, quarantene e ambulanze in coda. Da domani tutti i Covid in attesa in pronto soccorso a Cosenza se li “prenderà” l’ospedale di Corigliano. Bene, anzi male. Perché se tra qualche ora si riforma la fila all’Annunziata dove andranno stavolta? Il panico è totale tra i sindaci, oltreché le incazzature. Dallo Jonio al Tirreno passando per i monti. Ma di “rosso” provinciale, per ora, l’Asp non ne vuole sentir parlare.
In alternativa, ma qui sono già parecchi i Comuni che si sono mossi autonomamente, molti hanno sospeso quantomeno la didattica in presenza nelle scuole. Lo ha fatto Cosenza, poi Mendicino (che ci ha aggiunto parchi e villette chiusi), Rende, Castrolibero, giusto per restare nell’atrio della grande area urbana di Cosenza. Manca solo Montalto, ma difficilmente il sindaco Caracciolo sceglierà di rimanere da solo con il cerino in mano del contagio tra i banchi in tutto il circondario, dalla presila al Savuto (stanno chiudendo tutti le scuole). Vuol dire che chi lo anima a tenerle aperte se ne farà una ragione, almeno per una settimana.
Occhiuto ha spinto facile sul (giusto) accelleratore. Lo ha fatto da sindaco del capoluogo e da responsabile della sanità circondariale emergenziale. L’ospedale dell’Annunziata è praticamente inaccessibile. Chiuso. Pandemicamente occupato. Medici “da dentro” mandano messaggi “al di fuori” perché si faccia qualcosa, magari occupare strade, bloccare ingressi in autostrada. Richiamare esercito e Capo dello Stato. E se il principale ospedale della provincia e unico presidio dell’area urbana è inaccessibile si precipita letteralmente nello stato di emergenza sanitaria collettiva. Roba da precettare i riservisti. Con scenari e conseguenze penali e civili da questo momento in poi verso tutti coloro che non precludono per legge assembramenti e rischio contagio, la scuola è inevitabilmente in questa sfortunata categoria.
Ma l’obiettivo vero della riunione a sera in Provincia era la zona rossa per l’intero territorio. Obiettivo che l’Asp ha negato e rimbalzato in Cittadella. Dove il “rosso”, come è noto, diventa “relativo” ormai…

I.T.