«A mia ca va in default l’Azienda sanitaria non me ne fotte niente…»

Sergio Diego (non indagato, ex direttore generale reggente dell'Asp di Cosenza) “sentenzia” questo convincimento al telefono con Nicola Mastrota. Poco dopo le sue dimissioni nelle mani di Cotticelli. In ballo c'è il bilancio del 2018. Quei 30 milioni di fatture che non tornano e Mauro, marcato da Shael, intuisce la “trappola”, «dal ministero hanno deciso che vogliono Cosenza, se la vogliono prendere. Io me ne voglio andare...»

C’è da preparare la delibera che rendiconta gli obiettivi di piano, si chiama così tecnicamente. Per gli inquirenti è un passaggio molto importante questo. C’è da preparare in qualche modo il bilancio consuntivo 2018 all’Asp di Cosenza ma prima bisogna mettere a posto le carte, gli step. Cotticelli invia una pec all’allora direttore generale reggente, Sergio Diego. Occorre proprio mettere mano alla delibera sugli obiettivi di piano, la chiede anche Belcastro del resto. Solo che mancano i presupposti e mancano anche perché da Catanzaro più d’uno s’è accorto solo adesso che qualcosa non va. 
Sergio Diego è al telefono con Nicola Mastrota, provano a organizzarsi. «Io i cazzi di altri non li vado a coprire» dice Diego. «A mia ca va in default l’Azienda sanitaria non me ne fotte niente…». «Hanno stima di me? La stima non mi copre per altri versi Nicò…».
Carte, carte che non tornano e non possono tornare. E bilanci che è impossibile preparare perché sono sempre più in rosso ma il “rosso” si costruisce in modo seriale, è quasi scientifico. Le uscite sono progettate, poi però tocca a chi di competenza stilare bilanci che se compilati fedelmente sono troppo rossi per essere veri. Quindi ci si deve mettere mano e non si sa come, anno dopo anno.
È il sistema Cosenza. Tra fatture registrate last minute e non contestate, contenziosi a lievitare come “pizze” e bilanci che devono portare perdite ma fino ad un certo punto. Rossi ma non rossissimi sennò il banco salta. Solo che in un’azienda da un miliardo di euro di bilancio annuo non è semplice nascondere perdite, gli occhi vincolanti della pubblica amministrazione fanno presto a giocare di scarica barile. E ognuno fa il suo, dall’alto in basso finché poi non tocca a reggenti e dirigenti metterci mano. Last minute. Sergio Diego non ci sta, «i cazzi di altri non li vado a coprire». E il destino finanziario dell’Asp tra le più grandi d’Italia non gli sta a cuore quanto il codice penale. Si dimetterà e consegnerà la lettera, formalmente per altre ragioni, direttamente nelle mani di Cotticelli poco tempo più in là. 
Storie, spaccati, angoli inquisitori del grande sospetto che la procura di Cosenza rischia di trasformare in drammatica realtà. Centinaia di milioni fatti sparire negli anni e non rendicontati in bilanci che pure in rosso sono stati approvati. E sono stati approvati, quando sono stati approvati, grazie a mancati controlli, step elusi, pec non inviate, regnanze che si sono girate dall’altra parte, connivenze a più livelli, contenziosi non contestati. Il “sistema Cosenza” deve solo nutrire se stesso nella casa della più grande mammella pubblica di Calabria. E la sensazione (certezza) che si può essere solo all’inizio del vaso (trasversale) di pandora la fornisce la politica che entra ed esce comunque e ovunque nell’ordinanza di 250 pagine a firma del gip Manuela Gallo. Impossibile fare cassa senza la regnanza politica di turno. È la vicenda Mauro a fare da “testimonial”. 
I conti del 2018 non sono per niente a posto. C’è una telefonata tra Schael e Mauro e il dato emerge in tutta la sua durezza. Schael lo invita a mettere un amministrativo che stia col fiato sul collo ai suoi perché ci sono 30 milioni di fatture non contabilizzate. Sono tanti 30 milioni da gestire senza “preavviso”, lo confida lo stesso Mauro in un’altra telefonata. Perché se entro 15 giorni la fattura non si contesta diventa credito certo per le case di cura ma intanto nessuno le contesta e nessuno le scarica, però. Restano nella piattaforma informatica e non ci possono restare. Ma le fatture non sono contabilizzate e Schael allerta Mauro. È qui che lo stesso Mauro intuisce che a Roma l’aria è cambiata. E ai suoi dice che vuole dimettersi, che non regge più. Dice di più, al telefono. Che paga lo scotto di essere considerato vicino a Oliverio e che a Roma vogliono Cosenza per fare nomine in vista delle Europee del 2019. Arriva alle dimissioni, Mauro. In audizione i suoi dirigenti amministrativi vengono maltrattati da Schael per i numeri dei bilanci presentati. Sente di non avere più coperture, Mauro. E lo confessa nelle telefonate. Intuisce un progetto del ministero, «vogliono Cosenza» e si dimette, «mi sono rotto il cazzo, passo alla spedalità e poi in pensione, sono un libero professionista». Toccherà a Franco Pacenza (incaricato da Oliverio per trattare sanità di Calabria ma senza delega sostanziale) sentenziare che Schael «è venuto per distruggere». Già, per distruggere. Chissà cosa e chissà per conto di chi e chissà se in tempo, o solo (consapevolmente) a tempo scaduto. «Io non volevo venir meno ad un impegno che avevo assunto con il gruppo e compagnia bella» dice ancora Mauro. «Ma ora basta, sono stato un altro mese dalla nomina e mò mi sono rotto il cazzo…».  

I.T.