Il “tarocco” d’alta quota: così San Giovanni in Fiore non è diventata “zona rossa”

Il caso del “capoluogo” della Sila emblema d'inquietudine, e chissà se confinato solo in montagna. I positivi in un giorno passano da 337 a poco più di 90 ma una buona parte senza tamponi di controllo, solo per “deduzione”. L'intervista del giornalista Emiliano Morrone al responsabile Usca dell'Asp di Cosenza (VIDEO INTEGRALE)

Ben 337 positivi al Covid 19 il 4 dicembre che diventano poco più di 90 soltanto 3 giorni dopo. Altro che vaccino e “remdesevir” alla calabrese. Siamo poco sotto il miracolo, qui la medicina potrebbe c’entrarci poco o nulla.
San Giovanni in Fiore, “capoluogo” indiscusso e persino simbolico della Grande Sila. D’alta quota aspettative, ansia e pure popolazione, il centro è grosso (non meno di 17mila abitanti). Bastano 14 positivi ogni 1000 abitanti e si debbono predisporre le restrizioni più severe per il comune coinvolto e la “zona rossa” per San Giovanni in Fiore pareva solo questione di ore. Senonché accade qualcosa di particolarmente strano che se non avesse a che fare con la salute pubblica non diventerebbe inquietante facilmente, i contorni grotteschi invitano a qualche forma di sorriso. L’insieme della faccenda lo racconta direttamente il responsabile Asp di Cosenza per quanto riguarda l’Usca, l’unità mobile di primo soccorso. È il dottor Sisto Milito a rilasciare una lunga intervista facebook al giornalista Emiliano Morrone, mente dinamica e “patriota” illuminato di San Giovanni in Fiore.
Milito conferma l’esistenza, al 7 dicembre, di 90 positivi a San Giovanni in Fiore alla luce dei numerosi tamponi con esito negativo ma anche, se non soprattutto, del superamento da parte di altri contagiati dei 21 giorni di quarantena indicati dalle norme in vigore come periodo per uscire dalle imposizioni sanitarie.
Detta in altri termini, chi ha fatto il tampone molecolare di controllo all’Asp ha finito la quarantena in modo “ufficiale” ma una bella fetta di altri contagiati li si è considerati fuori dal rischio e dal contagio perché trascorsi i 21 giorni previsti per prassi. Quindi depennandoli dalla conta generale. Giusto 3 giorni prima, siamo al 4 dicembre e Milito lo conferma, all’Asp era stata fatta una disamina circa le limitazioni da adottare a fronte dei 337 casi che risultavano attivi a San Giovanni in Fiore deducendone che la cittadina era fuori dei parametri da “zona rossa” rimanendo in “zona arancione”. Ma considerando la residenza attiva di popolazione a San Giovanni in Fiore, circa 17mila abitanti, e considerando pure che la media scientifica tara a 14 positivi su 1000 abitanti la necessità di dover chiudere il comune il calcolo sembrava fatto. “Bastavano” 238 positivi per istituire la “zona rossa” a San Giovanni in Fiore, che invece di casi a quella data ne contava ben 100 in più. Siamo al 4 di dicembre. San Giovanni in Fiore resta “arancione” e quindi agganciata alle disposizioni del Dpcm del governo. Qualche giorno dopo il “miracolo” del tutto, ovviamente senza contare che chi ha effettuato il test rapido antigenico non dovrebbe essere considerato guarito se non viene poi confermata la negatività dal tampone molecolare dell’Asp (nelle more però la gente esce tranquillamente). Ma nel corso dell’intervista è palese che molti non hanno avuto esito di alcun tampone molecolare, a scadenza dei 21 giorni di quarantena. Prassi vuole che almeno sia stata effettuata una accurata valutazione medica per ognuno ma non è dato sapere chi e in quanti l’hanno realmente ricevuta.
Sicchè ad un certo punto, il 7 di dicembre, i positivi accertati scendono a poco più di 90. Quasi 250 che erano positivi fino al 4 spariscono dalla tabella. Chi per tampone molecolare di controllo ma anche (forse soprattutto) chi per deduzione, per fine periodo dei 21 giorni di quarantena magari senza tampone nemmeno antigenico e magari senza neppure una valutazione medica individuale. E così San Giovanni in Fiore da “rossa” che doveva essere attorno al 4 dicembre si trova “arancione” più che mai e presto, magari da domenica, anche “gialla” con non meno di 250 positivi che non è dato sapere (perlomeno una parte) se si sono realmente negativizzati. Secondo il sindacalista Cgil Giovanbattita Nicoletti San Giovanni in Fiore doveva diventare “zona rossa” a seguito di una ordinanza del vicepresidente della Regione Spirlì. Che invece, manco a dirlo, non è arrivata così come del resto non sono arrivati “stranamente” provvedimenti simili per altri comuni che sembravano avere tutto, ma proprio tutto, per “meritare” una “zona rossa”. Ma questa, a ben vedere, è tutta un’altra storia che finisce per confinare, e sconfinare, in retropensieri a proposito di dati che “ballano”, numeri che non tornano e possibili strategie su scala regionale per abbassare la “febbre” di Calabria (comprese pressioni politiche sui vertici delle Asp). Del resto non è sfuggito a molti che il responsabile Covid di Calabria Antonio Belcastro (che a tutti gli effetti è da intendersi decaduto perché ricopre un ruolo assegnatogli da Santelli quindi nei 9 mesi precedenti il decesso dell’ex governatore) ha annunciato urbi et orbi il “giallo” che sta arrivando per la Calabria. Sbandierando dati trionfalistici soprattutto in merito alla disponibilità in più che si sarebbe creata nei reparti. A Roma, tuttavia, in molti la pensano diversamente e la credibilità dei dati di Calabria potrebbe richiedere verifiche più approfondite, visto i precedenti. Non è facile passare da “numeri spazzatura” inqualificabili a virtuosismi sotto l’albero di Natale…
Ma ecco l’intervista integrale di Emiliano Morrone al responsabile Usca dell’Asp di Cosenza.

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I.T.