Droga, arresti nel Catanzarese: boss Procopio capo organizzazione

Nove le persone finite in carcere, 8 quelle ai domiciliari e altrettanti all'obbligo di dimora. Tutti i nomi

 C’era Domenico Procopio, indicato come il “reggente” della cosca di ‘ndrangheta Procopio – Mongiardo operate nel basso Ionio catanzarese, a capo dell’organizzazione smantellata stamane dai carabinieri del comando provinciale di Catanzaro e della compagnia di Soverato. Venticinque le misure cautelari emesse dal Gip distrettuale su richiesta della Dda di Catanzaro. Gli arresti sono stati eseguiti alle prime luci dell’alba con l’intervento dello Squadrone Eliportato Carabinieri Cacciatori, del Nucleo Cinofili e del Nucleo Elicotteri di Vibo Valentia.

I 25 indagati sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti aggravata dall’essere composta da più di dieci associati e da soggetti dediti all’uso di sostanze stupefacenti, nonché di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti ed estorsione.    L’indagine, condotta dal Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia Carabinieri di Soverato con il supporto delle Stazioni Carabinieri di Gasperina e Davoli, è stata avviata nell’estate del 2016 a seguito dell’analisi di alcune attività anti-droga eseguite nel corso di ordinari servizi di controllo del territorio.

Le indagini avrebbero permesso di documentare la gestione organizzata dell’attività di spaccio (cocaina, hashish e marijuana) da parte del sodalizio nei comuni di San Sostene (CZ), Davoli (CZ), Montepaone (CZ) e Gasperina (CZ). Il leader del gruppo era quindi Procopio che, tramite i propri adepti, manteneva costanti contatti con soggetti riconducibili alle cosche Strangio di San Luca (RC) e Gallace di Guardavalle (CZ) per l’approvvigionamento di stupefacente.    È stato, inoltre, accertato l’impiego di parte dei proventi illeciti per il sostentamento di detenuti per associazione di tipo mafioso, appartenenti alla cosca, reclusi in diversi istituti penitenziari del territorio nazionale. Nel corso delle indagini, sono state tratte in arresto in flagranza di reato altre 2 persone e sequestrati oltre 7 chilogrammi di stupefacente di vario genere (cocaina, hashish e marijuana). Due arresti in flagranza sono stati eseguiti stamane. I due, nel corso di perquisizioni domiciliari, sono stati trovati in possesso di oltre 160 grammi di sostanze stupefacenti.

GLI ARRESTATI

Nove le persone finite in carcere, 8 quelle ai domiciliari e altrettanti all’obbligo di dimora. Le porte del carcere si sono aperte per Antonio Arena, 38 anni; Ernesto Bertucci, di 39; Giuseppe Corapi, di 36; Romano Ponzo, 48; Carmine Procopio, 32; Domenico Procopio, 55; Sergio Scicchitano, 40 anni; Domenico Spadea, 27 anni; Carmela Vono, 45 anni.    Domiciliari per Matteo Arena, 27 anni; Alessandro Aversa, 47 anni; Giuseppe Codispoti, 23 anni; Francesco Grande di 24; Annamaria Gregoraci, di 24; Giovanni Gregoraci, 25 anni; Roberto Ierace, 25 anni; Salvatore Lioi di 33.

Obbligo di dimora per Raffaele Campagna di 28 anni; Stefano Longo di 30; Vincenzo Pacicca, 37 anni; Salvatore Procopio di 29; Giuseppe Santise, 29 anni; Saverio Spadea di 52; Sergio Tassone, 27 anni, Marco Verdiglione di 24.

“Un’indagine importante perché colpisce una famiglia di ‘ndrangheta, quella dei Procopio, che domina sul piano criminale a Soverato e nel comprensorio di Soverato”. Così il procuratore capo della Dda di Catanzaro, Nicola Gratteri, ha definito l’operazione “Prisoners tax” con la quale i carabinieri hanno eseguito 25 provvedimenti cautelari nei confronti di persone ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti aggravata dall’essere composta da più di dieci associati e da soggetti dediti all’uso di sostanze stupefacenti, di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti ed estorsione.    L’esito del blitz, che è stato condotto dai carabinieri della Compagnia di Soverato e del Comando provinciale  di Catanzaro, è stato illustrato in una conferenza alla quale, oltre a Gratteri, hanno partecipato il procuratore aggiunto della Dda, Vincenzo Luberto, che ha curato l’indagine insieme al sostituto Deborah Rizza, e dai vertici territoriali dell’Arma. “Si tratta – ha detto ancora Gratteri  di un’inchiesta realizzata molto bene, fondata su intercettazioni incontrovertibili, quasi in chiaro. Di particolare rilievo – ha sostenuto ancora il capo della Dda di Catanzaro – sono gli elementi da cui emerge che la cosca Procopio-Mongiardo interagiva con le potenti cosche Gallace di Guardavalle e Nirta-Strangio di San Luca”.    Su questo aspetto si è soffermato anche il procuratore aggiunto Luberto, per il quale “un traffico di sostanze stupefacenti non si imbastisce dall’oggi al domani, ma deve avere sempre una sorta di copertura, una legittimazione e un’autorizzazione, e in questo caso arrivava da fornitori all’ingrosso di serie A, con la marijuana venduta dai Gallace e la cocaina dagli Strangio-Nirta. Inoltre – ha rilevato Luberto – il traffico di stupefacenti non era limitato solo all’ambito locale ma si estendeva anche al mercato di Avellino, segno di una leadership della ‘ndrangheta. Capace di imporre agli altri prezzi concorrenziali”.    Luberto ha poi reso noto che “la base logistica della famiglia Procopio era un bar di loro proprietà a San Sostene, che era la centrale operativa dell’organizzazione”, organizzazione che aveva tre promotori, Domenico e Carmine Procopio e Giuseppe Corapi, e poteva contare anche sulla presenza attiva di alcune donne, due delle quali colpite da provvedimenti cautelari.
A illustrare i dettagli dell’operazione “Prisoner Tax” è stato il comandante provinciale dei carabinieri di Catanzaro, il colonnello Marco Pezzi: “Il nome in codice del blitz – ha rilevato Pecci – nasce dal fatto che gli introiti del traffico di sostanze stupefacenti erano destinati al sostentamento dei detenuti della famiglia Procopio, ristretti in varie carceri italiane”.    Pecci ha anche legato questa operazione all’inchiesta “Last Generation” dello scorso 24 giugno, con la quale è stata sgominata un’altra organizzazione dedita al traffico di sostanze stipe facenti nel comprensorio del Soveratese, rimarcando “l’importanza di una risposta delle forze dell’ordine in un periodo dell’anno nel quale in questa area della Calabria c’è un consistente aumento di turisti, anche giovani”. Secondo il comandante provinciale dei carabinieri di Catanzaro, inoltre, “era agghiacciante la capacità di controllo del territorio da parte dell’organizzazione, che aveva messo le mani su tutti i settori economici, a partire dal taglio boschivo, e ricorreva a metodi violenti per riscuotere i propri crediti, come conferma – ha reso noto il colonnello Pecci – una richiesta  estorsiva ineluttabile nei confronti dei genitori di un assuntore di droga, costretti a estinguere il debito del figlio sotto una minaccia pesante e incombente”.    Ulteriori dettagli dell’inchiesta  sono poi stati forniti dal comandante del Reparto operativo dei carabinieri di Catanzaro, tenente  colonnello Giuseppe Carubia, per il quale “non è stata riconosciuta l’aggravante dell’articolo 7, ma è evidente la riconducibilità  di questa organizzazione alla famiglia Procopio-Mongiardo, già riconosciuta come cosca nel 2014 in sede giudiziaria”,  e dal comandante della compagnia di Soverato, capitano Gerardo De Siena, che ha illustrato alcuni numeri dell’indagine, avviata nel 2016: gli oltre sette chili di droga sequestrati e le cento transazioni, tra cessioni di droga a e pagamenti, censite e scoperte dai militari dell’Arma.
A Gasperina, piccolo centro in provincia di Catanzaro, l’attività di spaccio era gestita da un’intera famiglia tra le mura domestiche. Lo ha rivelato il comandante della Compagnia dei carabinieri di Soverato, capitano Gerardo De Siena, nel corso della conferenza stampa sull’operazione “Prisoners Tax” che ha portato a numerosi arresti per traffico di droga nel Catanzarese.     “Questa famiglia – ha spiegato il capitano De Siena –  era composta da padre, madre e figli, alcuni dei quali minori. Questi ultimi si sono trovati a subire passivamente queste condotte, assistendo all’attività di spaccio e in alcuni casi costretti a portare  lo stupefacente. La conferma di questo ‘modus operandi’ – ha sostenuto il comandante dei carabinieri di Soverato –  l’abbiamo avuta nel momento dell’arresto di padre e madre, che avevano pensato bene di occultare la sostanza stupefacente all’interno della stanza dei propri figli. E’ un dato piuttosto allarmante”.