‘Ndrangheta, in Piemonte accertata alleanza con mafia

‘Ndrangheta e mafia collaborano insieme e organizzano incontri per pianificare le strategie di controllo del territorio, in particolare nel sud-est della provincia di Torino. E’ uno dei dati emersi dopo la vasta operazione condotta stamattina da Guardia di finanza e carabinieri, che ha portato all’arresto di 17 persone accusate, a vario titolo, di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata alla produzione e al traffico internazionale.di stupefacenti, trasferimento fraudolento di valori, estorsione, emissione di fatture per operazioni inesistenti e truffa. Le Fiamme gialle hanno sequestrato beni per oltre 45 milioni di euro, fra conti correnti, cassette di sicurezza, autovetture, immobili e societa’. L’indagine ha preso avvio nel 2012, dopo l’attentato subito da due concessionarie di Carmagnola, il cui titolare risulta oggi indagato per associazione mafiosa. Da ulteriori accertamenti e’ emersa l’esistenza di un “sodalizio allargato” composto da cosche della ‘ndrangheta operative in provincia di Torino e Cuneo e ed esponenti di Cosa Nostra, attivi a Carmagnola. Un’alleanza finalizzata, in particolare, al controllo del traffico di stupefacenti e alle estorsioni.

“La criminalita’ organizzata in Piemonte non e’ un cancro invadente come in alcune regioni del Meridione, ma una febbricola permanente che se non repressa con efficacia puo’ svilupparsi in una malattia piu’ grave”. Lo ha detto il procuratore vicario di Torino, Paolo Borgna, commentando l’operazione “Carminius” condotta da Guardia di finanza e carabinieri, che stamattina ha portato all’arresto di 17 persone accusate, fra le altre cose, di associazione di stampo mafioso. Un sodalizio criminale composto da ‘ndranghetisti ed esponenti di Cosa Nostra, alleati per controllare ampie aree della provincia di Torino e Cuneo. Nel corso delle indagini e’ emerso che fra gli arrestati figurano anche gli autori degli attentati compiuti fra il 2016 e il 2018 al vicesindaco di Carmagnola Vincenzo Inglese e all’assessore Alessandro Cammarata, a cui furono incendiate le automobili. In particolare, e’ stato accertato che il gesto intimidatorio nei confronti di Cammarata era dovuto all’impegno dell’assessore e della giunta comunale volto a limitare l’utilizzo delle slot machine, fra i business piu’ redditizi in mano all’organizzazione criminale. Secondo quanto appurato dalle investigazioni, a dirigere le operazioni, in stretto contatto con i referenti calabresi della provincia di Vibo Valentia, le famiglie Arone e Defina, entrambe affiliate alla ‘ndrina Bonavota.