Vacche sacre, quale il ruolo dei pezzi deviati dello Stato?

La richiesta di accertamento dell'imprenditore Bonfà al procuratore nazionale antimafia De Raho

Militari deviati non solo nella stagione dei sequestri di persona.  La vita di Bruno Bonfà ne è la prova. Dopo la morte del padre,    tutt’oggi   senza colpevole, sui terreni dell’azienda di bergamotto  più grande d’Italia, è stato un susseguirsi di intimidazioni e danneggiamenti volti a piegare l’attività dell’imprenditore.
Decine gli incendi e i furti  ma   ad arrecare i maggiori danni è stata ed è la presenza in azienda  delle cosiddette “vacche sacre”.
Per Bonfà c’è una stretta correlazione tra la criminalità dei sequestri e le vacche sacre come continua ad esserci un ruolo di  connivenza tra le forze dell’ordine  e la ‘ndrangheta  locale. I militari, in molti casi denunciati e documentati da Bonfà, invece di segnalare gli abusi hanno preferito non occuparsene o addirittura omettere  di dichiarare quanto visto.

Lo scopo della ‘ndrangheta è chiaro: impedire la ricostruzione aziendale, favorire   l’iter dell’esecuzione immobiliare e acquisire l’azienda.
“Le “vacche sacre” sono state usate e continuano a esserlo   ancora, dal 1998-’99 ad oggi,  – denuncia Bonfà  –  quale strumento di distruzione, danneggiamento ed impedimento di ogni iniziativa colturale, quindi di pressione per finalità estorsiva”.
Ma le denunce dell’imprenditore, spesso sono cadute nel vuoto o addirittura sono state tacciate da alcune forze investigative come “una fissazione” dello stesso imprenditore. C’è anche chi, nelle forze dell’ordine,  ha cercato di imputare a “una presunta incuria” di Bonfà    i danneggiamenti presenti nei terreni aziendali.
Ma l’imprenditore è   certo:  “Le vacche presenti nell’azienda agricola  sono riconducibili ad un preciso ambiente mafioso di Africo e non come alcuni militari hanno scritto, ovvero che si tratta  di “animali erranti in terreni incolti”.
Dopotutto, ogni qual volta Bonfà ha avvistato “le vacche sacre” ha sempre allertato le forze dell’ordine. C’è da dire che fino al 2010 il Corpo forestale dello Stato ha persino provveduto ad abbattere alcuni capi di bestiame. Poi più nulla. “Sono certo che c’è stato un intervento “superiore” – dichiara l’imprenditore – per bloccare  l’ azione dei forestali. Ecco perché ho chiesto al procuratore nazionale antimafia di accertare se c’è stato un summit tra  la ‘ndrangheta di Africo e pezzi deviati dello Stato volti ad impedire questi abbattimenti”.
In una delle ultime denunce, datata 2017, i carabinieri giunti per il sopralluogo hanno dichiarato di non aver visto nessuna vacca sacra, fortuna che a distanza di giorni sia Bonfà che i suoi agenti della scorta hanno fotografato le vacche sacre così da documentarne la presenza in azienda.
Grazie a prove come queste che Bonfà è riuscito a richiedere l’indennizzo, ai sensi della legge 44/99, allo Stato. Ma anche in questo caso si è innescata una vera e propria a battaglia giudiziaria con il ministero dell’Interno. In prima istanza il Tar del Lazio  ha respinto la domanda di Bonfà salvo poi essere accolta dal Consiglio di Stato ma nella redazione della stima del danno subito dalla ‘ndrangheta il Corpo forestale “sbaglia” la quantificazione del danno.
E ad oggi, su 10milioni di euro di danni accertati al 2005, e su un massimo di tre milioni di euro erogabili per legge su ogni istanza, Bonfà si è visto liquidare, anche in più tranche, appena 270mila euro.
L’imprenditore non si è dato per vinto ed ha iniziato a ricostruire la sua azienda, al momento è riuscito a rimettere in sesto, a fatica, appena il 30% dell’attività imprenditoriale.
Oltre il danno, la beffa.

La ‘ndrangheta vuole mettere le mani a tutti i costi sulla sua azienda, tant’è che si sarebbe un’imposizione mafiosa volta a non consentire la ricostruzione dell’azienda. Ovvero, chi è chiamato a fare i lavori non stranamente si presenta.

 

Valeria Esposito Vivino