Caso di “blue whale” nel Cosentino

Scoperta una chat whatsapp con decine di immagini di minori autolesionsti. La denuncia di alcuni genitori ha portato all'iscrizione di due persone nel registro degli indagati

Ritorna lo spettro della “balena blu” in Italia. Tutto è partito da una chat Whatsapp che avrebbe adescato decine di ragazzi in tutta Italia persino un minore a Scalea.
Il tutto è nato dalla denuncia di alcuni genitori di una ragazzina di Lucca. Alcune settimane fa, si era inflitta delle ferite sul corpo e si era pensato ad uno stato di depressione dovuto alla separazione dei genitori. Per lei erano stati attivati i servizi di assistenza psicologica e pediatrica, perché superasse il malessere che, si riteneva, l’aveva portata a compiere quel gesto.
Ma la verità stava nel suo cellulare. I genitori della ragazza hanno scoperto decine di immagini di autolesionismo, immediata la denuncia. La polizia postale attraverso le utenze telefoniche è riuscita a risalire a decine di ‘vittime’ irretite e poi spinte a farsi del male. Tra i tanti minori adescati in tutta Italia da un gruppo di persone di Bari, finite nel registro degli indagati, c’è anche un ragazzino di Scalea.
Ai partecipanti della chat veniva richiesto di sfidare la morte, producendo le prove di atti di lesionismo, con richieste di volta in volta sempre più pericolose. E dove la posta era, di giorno in giorno, più alta.

Cos’è Blue Whale
Come scrive Giacomo Dotta in un suo articolo: “Blue Whale è (o sarebbe?) un gioco nato in Russia. Non si tratta però di un gioco con dinamica ludica: si tratta di una sorta di percorso che un ragazzo può compiere assieme al proprio “curatore” attraverso una lunga serie di tappe progressive. Il percorso ha una fine nota e predeterminata: il suicidio.
Il nome “Blue Whale” prende proprio il nome dal principio base del suicidio: così come le balene vanno a spiaggiarsi per morire (anche se l’interpretazione stessa dello spiaggiarsi come atto di suicidio volontario è in realtà idea del tutto fuorviante), così anche il “protagonista” della sfida va a cercare la morte affrontando il proprio percorso verso la quiete nera della spiaggia finale.
Il gioco avrebbe regole precise: ogni giorno ci sarebbe una sfida e le parti in causa hanno un ruolo preciso. I giorni sono 50: il “protagonista” deve dimostrare di poter affrontare senza timore le singole sfide (tagli sugli avambracci, strani comportamenti notturni, sporgersi da grandi altezze e altro ancora) e il curatore deve verificare che tutto proceda secondo regolamento. Il curatore si fa dunque garante del coraggio del “protagonista”, certificando la buona riuscita della sfida per poter accedere a quella del giorno successivo.
Chiaramente si tratta di un gioco senza scopo apparente poiché sembra essere privo di finalità positive. Nessuno vince, se non ragionando in negativo nell’ottica di un protagonista che cammina in coscienza verso la propria morte e si felicita dunque della riuscita del proprio percorso cercando consenso e autostima nell’interpretazione di un ruolo.
Ma il tema merita un approfondimento, perché fermarsi qui significa aver probabilmente raccontato qualcosa di falso e l’unica verità sta invece nella complessità. E il rischio dell’emulazione, nel frattempo, cresce a dismisura.

Del resto dietro la Balena Blu c’è tutto: la perversione, la dinamica che consente all’aspirante suicida di lanciare segnali di aiuto al mondo esterno, l’accompagnamento verso l’estremo gesto (del quale anche l’aspirante suicida ha sempre paura), l’uso del Web come strumento di contatto tanto vicino quanto anonimo, la trama lunga 50 giorni e un “protagonista”. Ma sia chiaro: in questa storia il “protagonista” non è certo l’eroe, quanto il nemico primo di sé stesso. Ed è in questo corto circuito che si consumerebbe l’horror: una trama geniale, se fosse cinematografia”.