Bocciato ricorso straordinario di Gianluca Marsico

Walter Gianluca Marsico

I carabinieri del Comando provinciale di Cosenza avevano arrestato il 2 febbraio scorso, Walter Gianluca Marsico, latitante dall’aprile 2016, quando la Corte di Cassazione aveva emesso nei suoi confronti una condanna definitiva a trenta anni di carcere per l’omicidio di Vittorio Marchio. Marsico, ritenuto un esponente di primo piano del clan Lanzino, è stato individuato e bloccato in un appartamento di Rende insieme ad un’altra persona arrestata per favoreggiamento.

L’omicidio di Vittorio Marchio, compiuto nel 1999, secondo l’accusa rientrava nell’ambito dello scontro tra cosche di Cosenza e della zona tirrenica per il controllo degli appalti. Marsico viene considerato dagli inquirenti un personaggio centrale nello scacchiere delle cosche cosentine.
A lui, secondo quanto raccontato da alcuni collaboratori di giustizia, sarebbe stata affidata la gestione dell’usura a Cosenza, a seguito del patto siglato nel carcere di Catanzaro tra le cosche facenti capo a Francesco Perna e Gianfranco Ruà.
Ieri la seconda sentenza della corte di Cassazione che ha dichiarto inammissibile il ricorso straordinario contro la precedente sentenza degli ermellini per alcuni presunti errori di fatto. Termina l’iter giudiziario possibile in Italia per Marsico in relazione all’omicidio di Vittorio Marchio all’epoca di una cruenta guerra di mafia combattuta a Cosenza e in provincia tra le varie cosche operanti sul territorio all’epoca, e cioè a cavallo tra i due millenni. Scrivono i giudici nella sentenza pubblicata ieri con le relative motivazioni:
“Questa Corte, con sentenza del 20 aprile 2016, rigettava il ricorso proposto, tra gli altri, da Marsico Walter Gianluca avverso la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro del 25/9/2014. 2. Avverso tale sentenza Marsico Walter Gianluca, tramite i propri difensori, propone ricorso straordinario ex art. 625-bis cod. proc. pen., lamentando errore di fatto, per essersi affermata la responsabilità dello stesso Marsico nel reato di omicidio ai danni di Marchio Vittorio. Si evidenziano alcuni errori percettivi in cui sarebbe incorsa la sentenza impugnata. a) Le date, individuate come quelle dei pedinamenti prodromici all’omicidio effettuati nei confronti della vittima, renderebbero impossibile per il Marsico averli delegati, poiché in quel periodo era detenuto. b) L’erronea dichiarazione di inammissibilità, per tardività della richiesta, pronunciata nei riguardi dell’istanza di acquisizione della documentazione relativa alla revoca del programma di protezione per il collaboratore Amodio Francesco, avrebbe privato la Corte di un documento fondamentale, da cui emerge l’inattendibilità dello stesso collaboratore di giustizia, sulle cui dichiarazioni si fonda la prova del concorso morale del Marsico nel citato omicidio. c) L’errore sulla genuinità delle dichiarazioni di Colosso Angelo, altro collaboratore di giustizia il cui narrato è stato utilizzato a fini di prova, è rilevante ai fini della sua attendibilità e deriverebbe dall’aver la Corte ignorato il fatto che costui, indagato e sottoposto a custodia cautelare per l’omicidio Marchio – misura poi annullata in sede di riesame – aveva avuto conoscenza, ben prima della sua collaborazione, degli atti del procedimento. Il ricorso è manifestamente infondato e, pertanto, inammissibile. 3.1. In via preliminare ritiene il Collegio di dovere chiarire quale sia, sulla base della giurisprudenza di questa Corte, la nozione di errore di fatto che legittima l’accesso al rimedio del ricorso straordinario ex art. 625-bis cod. proc. pen.: un errore percettivo causato da una svista o da un equivoco in cui la Corte di cassazione sia incorsa nella lettura degli atti interni al giudizio stesso e connotato dall’influenza esercitata sul processo formativo della volontà, viziato dall’inesatta percezione delle risultanze processuali che abbia condotto a una decisione diversa da quella che sarebbe stata adottata senza di esso. Le Sezioni Unite hanno, altresì, precisato che, qualora la causa dell’errore non sia identificabile esclusivamente in una fuorviata rappresentazione percettiva e la decisione abbia comunque contenuto valutativo, non è configurabile un errore di fatto, bensì di giudizio. Inoltre, sono estranei all’ambito di applicazione dell’istituto gli errori di interpretazione di norme giuridiche, sostanziali o processuali, ovvero la supposta esistenza delle norme stesse o l’attribuzione ad esse di una inesatta portata, anche se dovuti ad ignoranza di indirizzi giurisprudenziali consolidati, nonché gli errori percettivi in cui sia incorso il giudice di merito, dovendosi questi ultimi far valere – anche se risoltisi in travisamento del fatto – soltanto nelle forme e nei limiti delle impugnazioni ordinarie; l’operatività del ricorso straordinario attiene all’errore percettivo che cada su qualsiasi dato fattuale”.