Terme Luigiane: una storia di errori, povertà culturale ed omissioni d’ufficio

«Ridateci il nostro lavoro e le nostre cure». Così gridavano ad alta voce i lavoratori e curanti delle Terme Luigiane, durante la manifestazione di protesta organizzata, sabato 10 luglio, dalla Cisl provinciale di categoria e dall’Associazione “Comitato dei lavoratori Terme Luigiane”, sulla via di accesso al compendio termale.
Due giorni dopo, arriva a Cosenza Matteo Salvini, per inaugurare la sede della Lega ed aprire la campagna elettorale per le prossime elezioni regionali, accompagnato dal candidato vicepresidente Nino Spirlì, spalla di Roberto Occhiuto (candidato presidente del centro destra), e una delegazione dei lavoratori delle Terme Luigiane lo pressa chiedendogli giustizia ed un intervento per una immediata apertura della stagione termale delle Terme Luigiane e, di rimando, si sentono dire, con uno Spirlì impassibile lì presente, che non conosce le carte, ma che si impegnava a vederle per poi agire di conseguenza.
Precisamente, è trascorsa una settimana e le immagini del compendio termale sono il simbolo di un disinteresse ed abbandono con un ambiente naturale che ne fotografa la solitudine, nel silenzio che ne annuncia un processo di desertificazione; mentre una striscia di schiuma bianca, trasportata dall’acqua, attraversa il territorio lungo il ruscello “Bagni” (dove dallo scorso mese di aprile sono state deviate le acque delle sorgenti termali) per poi sfociare nel mar Tirreno, nella indifferenza delle autorità locali (Comuni, Provincia, Regione), come della Procura della Repubblica di Paola, inconsapevoli forse che ciò, come ha dichiarato il prof. Paolo Veltri, ordinario di Ingegneria Idraulica presso l’Università della Calabria, costituisce una fonte d’inquinamento: «L’acqua calda, ricchissima di zolfo, è sversata, direi meglio buttata – ha detto il docente universitario – nel torrente Bagni, creando seri problemi di inquinamento e nuocendo alla flora e alla fauna».
È il primo bigliettino da visita da consegnare al segretario leghista e non solo.
Tutto questo, grazie alla legge regionale 27 aprile 2015 n.11, con primo firmatario il consigliere Carlo Guccione, del Partito Democratico, e successive deliberazioni, compreso il provvedimento ultimo n° 16199 del 18 dicembre 2019 del presidente Mario Oliverio (impugnato presso il Tar Calabria dalla Sateca), che ha rinnovato quanto stabilito dalla legge di cui sopra, affidando ai due comuni di Acquappesa e Guardia Piemontese la concessione delle acque termali per un periodo di trent’anni a partire dall’entrata in vigore del Decreto Legislativo 152/2006.
A condizione, comunque, di curarne la tutela ambientale essendo un bene pubblico e contestualmente l’aspetto amministrativo, dietro la presentazione di appositi elaborati gestionali, utili ai fini di un piano di sviluppo del compendio termale. Piani ed elaborati sottesi, tranne uno presentato nel 2018 respinto dagli appositi uffici regionali di competenza causa inconsistenza applicativa.
Una legge regionale e relativo provvedimento ultimo del dicembre 2019, che hanno portato i due sindaci Tripicchio e Rocchetti ad interpretarle, in materia di gestione della concessione, come fosse materia di loro esclusiva competenza, soprattutto nella individuazione del nuovo sub concessionario, data la scadenza dell’accordo sottoscritto l’8 febbraio 2019 presso la Prefettura di Cosenza tra i due Comuni, la Regione e la Sateca, attraverso l’emanazione di un regolare bando ad indirizzo europeo. Questo nelle intenzioni che sono maturate con il trascorrere del tempo.
Nel mese di novembre del 2020, i Consigli  delle due Amministrazioni comunali, con voto contrario dei consiglieri di minoranza, approvano un Regolamento di distribuzione delle acque idrotermali (non sottoposto ad approvazione della Regione Calabria essendo proprietaria delle sorgenti termali), che suona come un duro attacco nei confronti della Sateca nel momento in cui le si riconosce soltanto 18 litri di acqua idrotermale a secondo per lo stabilimento “Terme Novae” e  il parco acquatico “Acquaviva”,  che viene contestato dai lavoratori essendo una minaccia per il loro stato occupazionale ed impugnato dalla stessa Sateca presso il Tar Calabria.
Le parole d’ordine e di giustificazione in quei giorni all’indomani dell’approvazione del regolamento, da parte dei due sindaci, erano legate alla fine di un “Monopolio”, unitamente a comportamenti di “legalità” e  “trasparenza”. La fine di un monopolio significava gestire le acque termali secondo una logica di “spacchettamento” con assegnazione ai migliori offerenti in modo da creare un regime di concorrenza e competizione fra più soggetti interessati, partendo dall’attribuzione del vecchio stabilimento San Francesco con una disponibilità di 40 litri a secondo di acqua idrotermale.
Fin qui un ragionamento che non fa una grinza sul piano degli investimenti e ricavi finanziari a netto beneficio della collettività del posto; ma nella sostanza tutto da verificare sul piano pratico, a cominciare dal regolare deflusso di acqua termale calda e fredda sgorgante dalle tre sorgenti di acqua calda e da una quarta di acqua fredda. Qual è il quantitativo esatto di acqua calda e fredda che fuoriesce dalle quattro sorgenti?
Il prof. Paolo Veltri, ordinario di Ingegneria Idraulica presso l’Università della Calabria, che conosce abbastanza bene le proprietà chimiche, fisiche e biologiche delle sorgenti termali avendole studiate in passato, per ragioni di lavoro, ha chiesto di poter entrare nell’area delle sorgenti per effettuare una nuova misurazione sull’afflusso delle acque ricevendo un rifiuto da parte dei due sindaci, che come noto, oltre a riappropriarsi   in modo unilaterale forzoso dei beni comunali esistenti nel compendio termale nel mese di febbraio/marzo 2021, si sono appropriati pure dell’area delle sorgenti impedendo ogni accesso agli estranei. Lo stesso professore in una sua relazione scientifica ha fissato il fabbisogno di 47 litri a secondo di acqua idrotermale per gli stabilimenti della Sateca, in grado di coprire la domanda di 22 mila/25 mila curanti  annui per l’ammontare di 500.000 prestazioni  curative per come effettuate fino al 2019.
A questa domanda sono stati gli stessi sindaci Tripicchio e Rocchetti a rispondere, attraverso le pagine del Quotidiano, affermando di “non poter soddisfare le richieste della Sateca, in quanto dalle tre sorgenti di acqua calda fuoriescono solo 40 litri al secondo ed altri 60 litri a secondo dalla sorgente di acqua fredda”.
Addio, quindi, sogni di gloria per fare delle Terme Luigiane il paradiso della competizione concorrenziale tra stabilimenti ed alberghi come pensati originariamente per sconfiggere il monopolio della Sateca.
Dalle nostre parti esiste un detto molto noto: «Non si possono fare i matrimoni con i fichi secchi», ed è quanto accaduto con il beneplacito della regione Calabria alle Terme Luigiane di questi tempi. Non si può pubblicare un avviso di ricerca di manifestazioni d’interesse (anche questo impugnato dalla Sateca presso il Tar Calabria), con il pessimo risultato che si è avuto, prevedendo per lo stabilimento San Francesco 40 litri di acqua idrotermale riconoscendone soltanto 10 per gli stabilimenti Sateca.
Il concetto di questa situazione è che l’una esclude l’altra e intanto 250 lavoratori, sotto contratto sospeso con la Sateca, gridano vendetta chiedendo: «Dateci il nostro lavoro»; così gli innumerevoli curanti: «Dateci le nostre cure con le nostre acque e i nostri fanghi speciali». C’è in questo Paese un’autorità, sia essa politica, civile  o giudiziaria, in grado di mettere ordine con urgenza a questa materia? Occorre intervenire subito, mentre son trascorsi sette giorni dalla promessa di Salvini,  per fare in modo che dal primo settembre si possa cominciare a dare voce alle domande dei lavoratori e curanti, sempre che la Sateca abbia la volontà di dare spazio alle istanze che da più parti  le giungono.

Franco Bartucci