Palla al centro, la partita per la Cittadella tutta (o quasi) da rifare…

Lo slittamento a ottobre delle urne, fra sette mesi, resetta inesorabilmente ogni nomination e persino ogni logica che le ha generate...

Solo chi non ce l’ha fatta in questi giorni a fingere con se stesso, dopo averlo fatto mediaticamente e per convenienza, può ritenersi sorpreso o adirato dalla ratifica delle urne di Calabria rimbalzate ad ottobre. Votare ad aprile, probabilmente in zona arancione (se va bene) e con liste da presentare tra 6 giorni, altro non poteva rappresentare se non una macchietta, una pantomima, persino una provocazione. Però un conto è la logica rincorsa a fatica dal teatrino decadente della politica regnante. Altro è l’ufficialità. Il dispositivo del Cdm. Quella fredda e arida nota d’agenzia con tre stellette prima del titolo. Non si vota ad aprile, lo sapevano tutti e lo sapeva per primo il Covid, che ha ripreso a mordere reparti e terapie intensive. Ma il “timbro” del Consiglio dei ministri è un’altra cosa, genera la sua liturgia e va bene così, nel Paese delle marche da bollo deve per forza andare bene cosi. Ora sì, che non si vota più ad aprile.
Aprire seggi, reclutare scrutatori tardo abbronzati, presentare firme a fine agosto o inizi settembre, immaginare slogan o alleanze territoriali tra sette mesi (poco più di 200 giorni) equivale in tempi pandemici a ritirare in tabacchino un gratta e vinci da 5 euro. Se riponi lì dentro le tue speranze sai già molto bene come quasi certamente andrà a finire. In mezzo, in questi 200 giorni da apocalisse, ci può passare di tutto e il suo contrario.
Il livello pandemico, intanto. È sempre “lui” a dettare movenze e danze, criteri e priorità. Fortuna o sfortuna di chi governa o aspira a farlo.
E poi quello che a fatica si fa chiamare livello “politico”, stretto com’è tra l’unica cosa che conta ora come ora (vaccinare tutti) e le “macerie” residuali del dibattito che passa il convento (tra cartelle esattoriali da congelare, mutui, ristori, licenziamenti, redditi di sopravvivenza). Uno scenario bellico imperante nel quale trova necessariamente spazio solo il quadro politico nazionale che, guarda caso ma non è un caso, è gambe all’aria pure lui. A destra come a manca e non inganni il “campo” in
fiamme del centrosinistra dopo le (precarie e ritirabili) dimissioni del segretario del Pd (potrebbe essere questo invece l’ultimo attacco alle “particelle infette” del renzismo che ancora ci sono nel partito). Dall’altra parte è solo fuoco sotto cenere perché Meloni vuol fare le scarpe a Salvini e Berlusconi pagherebbe quello che ha intascato dai (finti) cinesi che hanno comprato il Milan pur di liberarsi di tutti e due.
Poi c’è Renzi, ovviamente. Che non muore mai, tranne che nei sondaggi come preludio delle urne che prima o poi arriveranno e che sembrano punirlo oltre i suoi demeriti.
E poi c’è l’intifada palestinese del cielo a “cinquestelle”, il sogno (fatturato) dell’uno vale uno. Tutto in frantumi con Conte quale unico investimento per federare quel che si può e salvare la baracca, non solo dei pentastellati.
In questi 200 giorni che separano la Calabria dal dopo Spirlì ci può passare l’inferno per poi
ripresentarsi sottoforma di paradiso. Ogni emissione di certezze, ora come ora, vale il gratta e vinci di cui sopra. Si ricomincia, semplicemente, daccapo. Zero a zero e palla al centro. A destra come a manca passando persino dal rivedere le avventure civiche che per la seconda volta debbono riscaldare il pubblico promettendo che prima o poi le firme si raccoglieranno. Non è facile scaldare i cuori dei tifosi se la partita non comincia mai. Qualcuno si secca e lascia lo stadio.
C’è poco da fare, a destra come a manca le nomination per la Cittadella filtrare fin qui sulle ceneri delle convenienze partitiche e mediatiche valgono più o meno zero. Non proprio zero, ma più o meno sì.
Non è disegnato il centrodestra che sarà in autunno, soprattutto se non verranno rispettati i patti di coalizione per le comunali di Milano e Roma. La nomination in quota Forza Italia potrebbe non essere più una certezza se poi Bertolaso (incitato da Salvini) vaccina i lombardi e va a fare il sindaco di Roma. Giorgia Meloni potrebbe non gradire.
E d’altra parte non è disegnato per niente non tanto il percorso del centrosinistra quanto, a questo punto, quello del Pd. Quale Pd avrà il timone in mano nel prossimo autunno? Quello di Zingaretti senza “compromissioni” con la costola avvelenata del renzismo? Oppure ne sarà succube e vittima?
Regnerà un Pd con sguardo verso Conte o verso Salvini?
A ben vedere è un po’ troppo per il (solo) tramonto delle urne di Calabria che naturalmente è l’ultimo dei pensieri nella Capitale. Come è consuetudine prima i giochi romani, poi le “scartine” che restano a decidere per le punte dello Stivale. E prima di tutto e tutti c’è poi sempre lui, il Covid.
Che sembra divertirsi mentre gli “umani” cercano volti per la presidenza della Cittadella. Volti che ora c’è tempo per ricercare. Quelli andati in scena fin qui significano così poco da sfiorare il niente…

i.t.