L’asse  Orlando-Carfagna per il Sud

Nasce il governo Draghi, operazione di “chirurgia” tecnica e politica di non trascurabile livello. Per il Mezzogiorno (e per la Calabria) si intravedono sullo sfondo due ministeri di peso destinati anche a disegnare in modo definitivo gli equilibri nei rispettivi partiti. Pesca bene anche la Lega mentre Cinquestelle conosce il primo “dimensionamento” extraparlametare...

La voce semirotta di Mario Draghi, giura chi lo segue dai tempi di Bankitalia o della Bce a scazzottare con la Germania, non è di consuetudine. Accade di rado. E quando accade, sempre a dar retta a chi ne racconta le movenze, vuol dire che è questione di cuore.
Sì, ci ha messo la faccia superMario e quindi inevitabilmente anche la passione. Emozionato Draghi che sa bene, da qui la voce rotta, che la nascita del suo governo su chiamata di Mattarella vale non solo per l’Italia ma anche per l’Europa. 
È un venerdì sera di portata storica quello che accompagna la nascita del governo quasi interamente eterodiretto dal presidente della Repubblica che non a caso affida al “più bravo” le sorti della partita. L’ultima chiamata. E tra pandemia che rientra alla grande e disperazione socioeconomica dentro le case ecco che Draghi infila l’unica operazione possibile per tenere insieme la dignità del Parlamento e la competenza del suo retaggio. Col bilancino, ma quello così sottile che è difficile rompere. 
Dentro il governo Draghi c’è inevitabilmente politica (tutto sommato i più navigati di ogni griffe) e c’è tecnicismo ma senza esagerare. Senza spaventare. Ma c’è.
Per il Sud intanto c’è una “coppia di fatto” che si impone sullo sfondo, ovviamente dalle connotazioni politiche tutte involontarie. L’asse Orlando-Carfanga. Il primo, Pd, ministro del Lavoro e la seconda, Forza Italia, titolare proprio del dicastero del Sud. Per l’osservatorio conterraneo due immediati punti di riferimento che inevitabilmente finiranno anche per disegnare in modo definitivo gli equilibri dentro i rispettivi partiti. Zingaretti si dice contento dell’operazione in un post, un po’ meno per la scarsa presenza di donne Pd nell’esecutivo. Chi secondo lui tra Orlando (Lavoro), Guerini (per lui il ministero della Difesa) o Franceschini (Cultura) sarebbe di troppo in termini “maschili” rispetto alla donne che il segretario avrebbe voluto dentro? Chissà. 
Pesca, e pesca alla grande anche Forza Italia. E pesca la vecchia guardia, soprattutto quella che ultimamente mostrava di volersi mettere di traverso e in possibile uscita verso nuovi scenari. Non solo Mara Carfagna ministro del Sud ma anche Renato Brunetta con un remake alla Pubblica amministrazione e Mariastella Gelmini alle Autonomie. Considerevole anche il peso dei ministeri assegnati alla Lega con Garavaglia al Turismo e Giorgetti allo Sviluppo Economico. Confermato per Leu il ministro della Salute Roberto Speranza mentre per i Cinquestelle il bilancio politico è “agrodolce”. C’è la conferma di Luigi Di Maio agli Esteri, di Federico D’Incà (Rapporti con il Parlamento) mentre Patuanelli passa all’Agricoltura ma c’è anche la consapevolezza che in termini parlamentari la più grande forza uscita dalle urne del 2018 ha preso (in termini di potere) meno di chi ha la metà dei suoi deputati. E questo soprattutto se si tiene conto che i due precedenti governi hanno visto al comando un premier su indicazione proprio dei Cinquestelle e cioè Giuseppe Conte. Se non siamo al primo razionale dimensionamento grillino “extraparlamentare” rispetto alla sbornia elettorale di 3 anni fa poco ci manca.
Per Matteo Renzi e Italia Viva la conferma di Bonetti (Pari opportunità) ma anche la consapevolezza che è sempre troppo più grande il ruolo che gioca rispetto a quello che poi alla fine porta a casa. Un invito “indiretto” a rientrare nel Pd tentandone la scalata? Chissà. Certo è che la Difesa a Lorenzo Guerini, uno dei suoi ex scudieri, suona un po’ beffarda. Della serie, senza una bandiera forte alle spalle serve a poco armare le “rivoluzioni”. A Renzi e alla sua ostinazione seriale, in ogni caso, la genesi della caduta di Conte e della nascita del governo Draghi. Che non è poco, per chi è convinto che solo l’ex capo della Bce salverà (nuovamente) l’Italia e l’Europa. 
Fuori dal perimetro più propriamente politico si entra nelle vere e proprie scelte di Mario Draghi a partire dal ministero dell’Economia affidato nelle mani di un suo discepolo e “tifoso” in Bankitalia e in Bce, Daniele Franco. Un uomo duro che s’è scontrato in passato (da revisore in Bankitalia) con i governi Gentiloni, Renzi e Conte. Conferma per il prefetto Lamorgese agli Interni e ingresso di Marta Cartabia alla Giustizia.
Enrico Giovannini è il nuovo ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti mentre Vittorio Colao, il guru di Vodafone Italia e del digitale nelle più importanti imprese editoriali del Paese, va al comando dell’Innovazione tecnologica e della transizione digitale. Al ministero fortemente voluto da Beppe Grillo, la Transazione ecologica, va un altro tecnico di spessore e cioè Roberto Cingolani. Completano la squadra Cristina Messa all’Università, Patrizio Bianchi all’Istruzione, Erika Stefani alla Disabilità, Fabiana Dadone alle Politiche giovanili. 

I.T.