Il cugino di Aiello e l’amaro del Capo…

Viscidi fanghi, allusioni e spettri giudiziari a mezzo stampa animano, come non potrebbe nessuno diversamente, una campagna elettorale semplicemente inesistente. «Come se il “più” fosse già stato fatto. Altrove e da altri». E non è certo finita qui...

«Anche l’ultimo dei miei capelli bianchi che porto in testa non ha dubbi. Questa è la più inutile e vuota campagna elettorale che la Calabria abbia mai conosciuto. Avvilente il quadro. Da suicidio socioeducativo… ».
L’anonimato che preferisce il possessore anche “dell’ultimo dei capelli bianchi” di cui sopra lo si consente solo perché si farebbe fatica a sintetizzare in poche righe tutte le battaglie elettorali condotte. Vinte e talvolta perse. E i palazzi e i ministeri. È per rispetto che lo si lascia in pace ma non per questo non gli sottriaiamo il concetto da sotto il muso… «i principali candidati alla presidenza praticamente non esistono, figurarsi idee. Come se il più fosse stato già fatto “altrove” e da “altri”…». E qui, i capelli bianchi, li salutiamo anche perché c’è il cugino di Francesco Aiello che ha guadagnato la scena nel venerdi che precede il penultimo week end di “campagna elettorale” (le virgolette volute quanto deridenti). Dicasi cugino di Francesco Aiello, che già fa fatica di suo a ricordare in giro che è candidato e con chi. Sono le colonne eterodirette de “il Fatto Quotidiano” a sputare il veleno, eterodirette naturalmente da tutte le principali procure nazionali, Calabria non esclusa. Il prof Unical accompagnato (al patibolo) dai Cinquestelle per la presidenza della Regione avrebbe avuto (è morto 5 anni fa) un cugino assai vicino, se non in simbiosi, con una cosca di ‘ndrangheta. Un peccato originale e capitale che non ha trattenuto Nicola Morra dall’esprimere subito immediato non voto nei confronti di Aiello. Non che fino a ieri l’avrebbe votato, sia ben chiaro questo. Il suo è tutto un altro progetto ed è tutto un altro senso quello che debbono avere le urne del 26. Però il cugino è il cugino e tanto basta a potersi staccare anche formalmente e con evidenza pubblica dal docente Unical ormai abbandonato in fondo al mare. Del resto il cugino è il cugino. Per molto peggio, in Molise, c’è un regnante Cinquestelle in Regione che impera e detta legge e che ha pure lui un cugino killer a metà tra ‘ndrangheta e camorra. Una storia anche suggestiva a raccontarla, un vero pezzo da novanta con la pistola. Ma, sfortuna a parte dei Cinquestelle evidentemente con i cugini, non accade nulla. Perché se è vero che i cugini sono i cugini è anche vero che il Molise non è la Calabria. In ogni senso. Qui c’è un voto da rendere del tutto inutile, svuotato di senso, condizionato fino alla sua ultima evoluzione. E se Aiello ha un cugino mafioso e se persino Morra prende le distanze da lui pubblicamente (non vedeva l’ora) dove vuoi che vada a finire quell’elettorato grillino dubbioso, ibrido, nostalgico della prima ora, ora viandante e senza meta? Chi ha organizzato “l’agguato” sul giornale di Travaglio (e delle procure) lo sa benissimo dove può portare il disamore contagioso dei pentastellati. Lo sa molto bene. Ma la “campagna elettorale” di Calabria è fatta così e ci si può fare poco, o niente. Sennò tornano i sermoni dell’uomo con i capelli bianchi di cui sopra. Prendere o lasciare.
C’è merda per terra davanti all’hotel Ariha di Rende quando arriva Salvini nel venerdì che precede il penultimo fine settimana elettorale. Braccia agricole dentro e Pietro Molinaro indaffarato a spingere l’ex ministro in sala riducendo al minimo preliminari e convenevoli. Sente che non è cosa. I contestatori della regnanza leghista (leghisti pure loro) mandano messaggi di vanto sui cellulari per non aver fatto andare quasi nessuno degli iscritti della prima ora all’incontro dove c’è pure il capo. Sofo è nei paraggi, osserva e guida le operazioni ma se ne sta in disparte. C’è merda per terra e soliti slogan anche di odio ma ci sono i cronisti a “marcare a uomo” l’ex ministro degli Interni, oltre a Forze dell’ordine in assetto da guerra. Qualcuno fa finta di chiedergli conto della politica nazionale, qualcun altro delle dinamiche trascendentali del Carroccio. Ci sono vocine che azzardano persino quesiti sul conflitto tra Usa e Iran finché non piomba lui. Che ha idee ben chiare su come si debba svolgere la “campagna elettorale” da queste parti. Cronsta di taglio nazionale ma “sardina” quanto basta per infilarsi a pochi centimetri. Lo incolla e lo tallona fintanto che non ce l’ha davanti. Salvini, e gli impresentabili nella sua lista? Che mi dice? Quanti ce ne sono? Se vuole glieli faccio vedere tutti, ho la lista, l’antimafia ne sa qualcosa? Salvini, che fino a quel momento non si è scomposto, decide di rendere (a parer suo) pan per focaccia. Lo si vede dal viso che non è risposta difensiva la sua, ma a suo modo sente che è il momento di mollarla la cosa così magari “quello” zittisce. «Se vuoi ne parliamo davanti a un amaro del Capo…». Ma come, ha cambiato alcolico il leader della Lega? Ma non era affezionato al mojito? Oppure con l’amaro prodotto dall’azienda di Limbadi pensa di diventare più “alla calabrese”, alla moda, simpatico? O c’è dell’altro dietro quell’allusione? Limbadi, il paese da “codice fiscale” e purtroppo tristemente noto anche per altro? E va a finire che dietro la sua allusione c’è pure Callipo sullo sfondo?
È la “campagna elettorale” alla calabrese, questa. E questa è, non puoi farci niente. Sennò alimentando dubbi va a finire che ha ragione l’uomo dai capelli bianchi, «come se il più fosse stato già fatto “altrove” e da “altri”…». Già, e magari non è mica finita qui…

I.T.