«Obbligato solidale»: un incubo si aggira tra aziende calabresi

Da Catanzaro, Cosenza, Rende, Crotone: sono diversi i casi di guai con l'Inps per accertamenti su oneri contributivi non versati che hanno tutti un unico comune denominatore, aver preso in appalto manodopera dalla M&G Coop di Luca Gallo, il patron della Reggina...

Verbale unico di accertamento. Parolina magica quando compare, e tragica, soprattutto se accompagnata dall’altra di formuletta drammatica, «obbligato solidale per contributi e premi assicurativi». Da Catanzaro, Cosenza, Rende, Crotone, verbali di accertamento che dettano lacrime amare per diverse imprese calabresi. Che in “obbligazione solidale” si ritrovano alla fine del report dell’Inps, sottoforma di “sentenza”, a dover sborsare chi 600mila euro, chi 250mila, chi 300mila, chi poco meno di centomila, euro in più o euro in meno. Sono in crescita come “funghi” in queste settimane i verbali di accertamento dell’Inps che inchiodano aziende della new economy, del digitale, della ristorazione, della distribuzione alimentare. E tutte con un unico comune denominatore, il convitato di pietra che poi li obbliga in solido a versare somme da capogiro all’Inps: la M&G coop di Luica Gallo, tra l’altro patron della Reggina ma soprattutto a capo di una holding micidiale in termini di fatturato e dipendenti. Un satellite di questa holding, la M&G coop appunto, appalta manodopera alle imprese che ne vogliono fare uso e questo “sistema” non solo è dilagato in pianura Padana (Bologna ne è praticamente piena ma non solo) ma ora anche nel resto del Paese. Calabria compresa, evidentemente. Fornitura di manodopera alle imprese tramite convenzione, appalto. Arriva la fattura da parte di M&G, le aziende liquidano e credono di aver pagato così tutti gli oneri del personale che presta servizio presso di loro ma ad un certo punto qualcosa si inceppa. Non va per il verso giusto. Saltano contributi, festivi, tfr, tredicesime e quattordicesime. Oneri che le imprese (erroneamente) ritengono di aver liquidato quietanzando la fattura a M&G ma questi quattrini nelle casse dell’Inps non arrivano. Sicchè, inesorabile, arriva il verbale di accertamento che bussa in “solido”. Prima presso la casa madre che ha assunto i dipendenti, la M&G ovvamente. E poi, dal momento che spesso e volentieri questa partita Iva non versa il dovuto, l’Inps va a bussare presso le aziende che hanno usufruito delle prestazioni lavorative dei dipendenti di M&G. In «obbligazione solidale», appunto. Della serie, qualcuno deve pagare, sentenzia l’Inps. E qui scattano le lacrime amare per le aziende che di recente parlano anche e in progress con accento calabrese. Non solo. L’Inps trova nelle sue casse importi di gran lunga inferiori rispetto alle somme indicate nel Lul, cioè le cifre spettanti in base alle ore lavorative. In pratica il dipendente è convinto di aver lavorato tutti i mesi della sua prestazione sotto assunzione a tempo indeterminato mentre invece, con ogni probabilità, di busta paga “effettiva” ve ne è forse solo una, la prima (i classici trenta giorni che vengono considerati in prova). Dopo di che, con ogni probabilità, si apre uno scenario del tutto mistico ed esoterico per i dipendenti di M&G Coop. Che continuano a prestare servizio presso le aziende appaltatrici, convinti di essere assunti e magari non lo sono più da un pezzo. Sin dal primo mese magari. E continuano anche a prestare servizio immaginando che l’intera contribuzione sia versata loro quando nelle casse dell’Inps c’è poco o niente. Aggiungi mensilità retribuite con essessive e misteriose ritenute, aggiungi tredicesime e quattrordicesime non pagate, ferie, tfr e tutto il fatto appresso e arrivi alle cifre monstre che le ignare (ma non per questo incolpevoli, secondo lo Stato) aziende calabresi si trovano nei verbali di accertamento. In «obbligazione solidale» perché il lavoratore è il lavoratore, secondo l’Inps. E qualcuno deve pur pagare gli oneri contributivi. E male va quasi sempre nel senso che spesso e volentieri è proprio l’azienda che ha “fittato” manodopera a rischiare di più. Cifre che rischiano di piombare poi in cartelle esattoriali tutte insieme e che possono decisamente “accappottare” l’attività. Il fenomeno è in crescita, una specie di “virus” che minaccia ora anche imprese conterranee. E non è detto che, “fenomeno”, sia solo attenzionato dall’Inps perché altri uffici e altri palazzi potrebbero occuparsene, sempre che non lo stiano già facendo. Del resto è da Bologna che è partito il sistema di “allert” a proposito del lavoro interinale appaltato da M&G coop. Bologna la dotta e Bologna che s’incazza e Bologna, cronaca di queste settimane, che fa scuola e che rischia di segnare il gran ritorno delle piazze nella politica. Le “sardine” contro Salvini da piazza Maggiore hanno “nuotato” poi agevolmente praticamente ovunque, Calabria compresa. E nei “cilindri” della piazza di Bologna che si scalda e scalda il Paese c’è spazio per un altro movimento, persino antecedente, che ormai fa tutt’uno e che alimenta di battaglie sindacali il retrobottega. Quello delle “mascherine” di Bologna, non a caso nuovamente sotto la lente dei media. Mascherine di Bologna con tanto di pagina facebook, volti nascosti di giovani e giovanissimi che raccontano di presunti soprusi subiti dai cosiddetti “padroni” di turno. I padroni del vapore e del lavoro. Denunce pubbliche e mediaticamente reiterate che sistematicamente poi finiscono, se non sono precedute del tutto, sui tavoli dei grandi giornali o dell’Inps, o dell’Ispettorato del lavoro. Un “ospite” fisso delle denunce delle mascherine di Bologna è appunto la M&G del patron della Reggina. Letteralmente coperta di commesse la città di Bologna ma forniture di M&G anche in Piemonte e qua e là nel resto del Paese. Un giro importante, più di 10mila dipendenti, e un fatturato a più zeri. Alle “mascherine” di Bologna però non va giù il modus operandi e in giro per la città, e col volto coperto, continuano a denunciare i presunti soprusi che alcuni di loro avrebbero subito proprio dalla M&G. Contributi in alcuni casi mai versati, stessa sorte per il tfr, alcune mensilità non pervenute. Queste alcune delle denunce che in parte sono finite anche in fascicoli aperti dall’Inps di Bologna e dell’Ispettorato del lavoro. Del caso del resto, e più volte, se n’è occupata “Repubblica” nonché riviste online di settore economico. Con la M&G sempre nel mirino, anche da parte di alcune sigle sindacali. Inchieste giornalistiche che si sono concentrate sull’ingresso eccessivamente al ribasso della M&G nella fornitura di mano d’opera, con un costo per monte ore di lavoro considerato fuori mercato e altamente concorrenziale per grandi magazzini e negozi. Che infatti preferiscono acquistare manodopera proprio da M&G a cui rimettono la retta mensile e da qui, sulla carta, ai lavoratori. Sulla carta, appunto. Perché in alcuni casi, sempre secondo quanto denunciano le “mascherine”, il circuito si interromperebbe al primo step. L’ultima delle clamorose proteste in centro a Bologna, da parte delle “mascherine”, s’è registrata davanti al negozio di Pufftsore (che si rifornisce proprio da M&G). Nel cuore della città. Volti mascherati e megafono a raccontare, da presunti protagonisti, i torti che avrebbero subito. Anche con una certa confidenza con la materia. Del resto siamo a Bologna, città di “sardine” e “mascherine”. E città che nel tempo ha imparato bene come scaldare i cuori…

I.T.