Il “circo Togni” del Nazareno

Rubbettino con il suo ritiro lascia in “slip” la segreteria nazionale del Pd (e getta nel panico alcuni gendarmi locali). Nel mentre risale sul palco il “re delle cravatte”, che in precedenza aveva chiuso la porta in faccia “all'offertona”. «Il guaio è che non si capisce però chi è il vero clown, se Talarico o Zingaretti...»

Siamo allo “scòrno” del Pd. E nel Pd. E chi ha sangue vesuviano nelle vene come Graziano sa bene di cosa si sta parlando. Letteralmente, lo “scòrno”, che è intraducibile nella sua essenza vera, «è il senso di umiliazione e di vergogna, accompagnato da beffa o dal ridocolo, provocato dal fatto di non essere riusciti in un intento o dall’essere stati facilmente superati o sconfitti da altri».
Ore centrali della giornata di venerdì, siamo all’entusiasmo puro. Attorno a Rubbettino alcuni gendarmi locali del Pd sono già al disegno delle liste. Quella del presidente è persino la più ambita. Non solo non si mette in discussione “l’accettazione” della candidatura da parte dell’editore di Soveria Mannelli ma si sorride sornioni alla semplice domanda. Ore centrali della giornata di sabato, siamo alla fine del secondo giorno dei tre autoconfezionati come parentesi che lo stesso Rubbettino s’era preso al cospetto di Zingaretti. Le certezze restano quelle del giorno prima e i gendarmi locali di cui sopra la clessidra del tempo che passa non la considerano neppure, «è prassi che uno prende tre giorni di tempo, mica poteva dire sì subito. Ma di fatto ha già accettato…» fanno più o meno tutti in coro. I telefoni di Oddati e Graziano squillano senza ricevuta di ritorno e i messaggini di testo non vengono neanche spuntati. È il “sabato del villaggio”, il giorno prima dell’assemblea del Pd a Bologna. Non sale ancora nervosismo e non scendono le certezze ma al calar della sera inizia uno strano chiacchiericcio. Via via più autorevole e accreditato. Fino alla narrazione di un Florindo Rubbettino che avrebbe vissuto tre fasi propedeutiche fino al gran rifiuto. Entra nella stanza di Zingaretti orgoglioso e fiducioso, non ci sarebbe andato altrimenti. Ne esce più corrucciato e già nel viaggio di ritorno il suo viso è meno disteso. Biglietto d’andata con quotazioni in ascesa ma quello di ritorno ha segnato le prime rughe sul viso. Poco rassicurante la dialettica e la sostanza di Zingaretti? Si aspettava altro l’editore di Soveria Mannelli? Qualcuno gli aveva fatto credere che i Cinquestelle avrebbero stappato champagne al solo nome suo sulle locandine? E Oliverio? Lo stesso qualcuno di cui sopra ha magari garantito che avrebbe subito abbozzato un passo indietro? Chissà. Certo è che non arriva niente di tutto questo nel fine settimana dello “scòrno” del Pd. I Cinquestelle fanno finta di niente e se è possibile girano ancora di più la faccia dall’altra parte mentre si genera un documento di più di 100 circoli del Pd (su 170 circa) nel quale si chiedono le primarie. A notte fonda tra sabato e domenica in pochi prendono sonno. La voce ormai è “camminata”. Rubbettino aspetta l’ora di pranzo di domenica, mediaticamente più efficace, per darsela a gambe. Il “libro più difficile” non lo stampa lui né per il Pd né per le Regionali di Calabria. La “copertina” cambia colore e si passa al “libro dei sogni”. Un giorno sarà lo stesso brillante e giovane Florindo a spiegare un po’ di cose, se ne avrà voglia e tempo. A cominciare dalla necessità di farsi accompagnare fisicamente da Agazio Loiero, nella stanza di Zingaretti. Fino alla imprescindibilità di comunicarlo, il “passaggio”, con tutto quello che ne è venuto appresso, non ultimo l’abbraccio del Signore. Tra il primo e il secondo nella tavola domenicale dei calabresi arriva la “lettera” di Natale per Graziano e Oddati. Ringrazio tutti, ma non ci sto a farmi stritolare, questo il senso della fuga di Rubbettino. Che in un pomeriggio piovoso e ventoso ma per fortuna non freddo lascia in mutande Zingaretti, Graziano, Oddati e quel nucleo di gendarmi locali del Pd che non ha mai messo in discussione la candidatura dell’editore. La travolgente candidatura dell’editore. E scatta lo “scòrno” del Pd e nel Pd. Parte un pomeriggio di parolacce e bestemmie via cavo o via etere. Chi si scontra di persona confabula in maniche di camicia. Ma sono “madonne” che partono. E ora che si fa? Che nome si getta in pista per fottere comunque Oliverio? Perché il nome o un altro nome o altri nomi vanno gettati in pista subito sennò è il panico del lunedì mattina, come la Borsa con lo spread. L’ordine da Bologna dove c’è l’assemblea nazionale del Pd questo è. Roba che Maria De Filippi la risolve in una puntata di “Amici” su Canale 5 ma qui il tempo non c’è e un “talento” dove lo si pesca dopo 4 rifiuti? Le vie non sono molte e chi se ne intende inizia a ragionare. L’intifada detta uno schema che è banale tutto sommato. L’imperativo categorico, di forma e sostanza, resta sempre lo stesso. Fuori Oliverio in ogni caso. O ricorrendo all’asse politico interno per la candidatura a presidente (che va da Reggio a Cosenza, da Irto all’asse Guccione-Iacucci). Oppure con un’altra puntata del talent del Pd, un’altra supplica alla cosiddetta “società civile”. Il prossimo che potrebbe salire sul palco è Arturo De Felice, il dominus dell’aeroporto che non decolla, quello di Reggio. Una carta in più se la gioca, al tavolo. Se a Gualtieri, Callipo, Talarico e Rubettino (i grandi rifiuti, in ordine di tempo) la sconfitta preventiva e un ingresso in consiglio regionale non è mai interessato come piano b all’uomo dell’aeroporto che non decolla, De Felice, il progettino di riserva potrebbe pure andar bene. Hai visto mai. Se non è zuppa è pan bagnato. O la via politica interna (Irto-Guccione-Iacucci) o il talent con la sfilata della società civile sul red carpet del disperato Pd. Si studia, si telefona, si trama. Il pomeriggio di domenica diventa nervoso e persino traumatico, a tratti, per la regnanza del partito. Sui social, nel frattempo, la contraerei che fa capo al governatore la sua non perde tempo per diffonderla. Esponendo la locandina di Bonaccini candidato con il simbolo del Pd e quella di Oliverio (questa immaginifica) candidato con la stessa bandiera. E una scritta di sotto che fa più o meno così, perché lui sì e Oliverio no? Possibile che un presidente uscente non abbia il diritto nemmeno di giocarsi le primarie, cosa che peraltro chiedono in documento tre quarti dei circoli del Pd di Calabria? Circolano le domande sul web, e circolano le locandine di Bonaccini e Oliverio con la bandiera del Pd. Una è vera, l’altra no. Le primarie uniscono e non dividono di più un partito già spaccato, finisce per sintetizzare uno degli ultimi post della contraerei mediatica che si rifà ad Oliverio. E poi, se è vero che è così scarso nei sondaggi Oliverio perché si ha paura di affrontarlo nelle primarie? È probabilmente quest’ultima domanda, che nel pomeriggio infernale di domenica è circolata su facebook, a risultare la più insidiosa, viscida come la pioggia battente. Già, perché? «Possibile che a nessuno del Nazareno sia venuto in mente di contattare Oliverio in queste ore, anche solo per una chiacchierata?» si chiede e chiede un dirigente regionale del partito, di quelli che pesano e che non s’è schierato molto fin qui. «È assurdo. Dopo il rifiuto di Rubbettino, una cosa mediaticamente drammatica per il Pd, perché non si è pensato di chiedere a Oliverio un consiglio, una via d’uscita per venire fuori insieme da questa pazzesca situazione? Si può trattare così un presidente uscente che è e resta a tutti gli effetti un governatore del Pd? Veramente è pazzesco tutto questo. Pazzesco. Nessuno si spiega per davvero perché Oliverio deve essere fatto fuori». Non è del tutto vero che nessuno se lo sa spiegare. Basta riaggiornare la rassegna stampa di qualche giorno fa, una decina al massimo. Enza Bruno Bossio non l’ha mandato a dire, Zingaretti si sarebbe fatto influenzare da Gratteri. Da qui la porta chiusa con il lucchetto a Oliverio, che intercettato sull’argomento non ha espresso un concetto molto differente da quello della deputata. Concetto bomba che è risuonato su tutti i media nazionali e che il Nazareno ha rispedito seccamente al mittente. «Può rispedire quello che vuole al mittente ma mi dica lei cosa si è fatto e cosa ha fatto il Nazareno per smentire questa tesi e convincere tutti che non è così. Che la magistratura e le vicende giudiziarie non c’entrino nulla. Niente s’è fatto. Solo e soltanto un muro. E questo, lo ripeto, è assurdo ed è controproducente anche per gli stessi avversari interni di Oliverio. A cui chiedo, dove si va così?». Già, dove si va. Si va verso sera, intanto. Quando come un miracolo o un nodo che si scioglie da solo arriva Talarico, il re delle cravatte, a riaccendere le speranze. Lui il talent alla De Filippi lo ha già affrontato e rifiutato (in un video a “un giorno da pecora” spiegando pure il perché, compresa la liquefazione in atto dei Cinquestelle). Appreso del rifiuto di Rubbettino ci ripensa e si rende clamorosamente disponibile. Eccomi qui, sembra dire a Zingaretti. Ora ci sono. «Che le devo dire – chiude affranto il dirigente che preferisce starne fuori -. Roba da “circo Togni”. Non si capisce però chi è il clown, Talarico o Zingaretti?».

I.T.