L’incrocio a Cinquestelle (nel giorno della bufera Sangiorgi)

Di Maio convoca (anche) i parlamentari calabresi per decidere che fare per le Regionali. La strada con il Pd è praticamente chiusa. Ma il banco nella tesissima giornata lo tiene il sindaco di Imola (ex grillina ormai) che si dimette sbattendo la porta: il Movimento è morto con Casaleggio

Dopo la riunione con gli emiliani. Molto dopo la registrazione e i lanci di agenzia a proposito del Costanzo show (in onda in seconda serata). E, soprattutto, in piena bufera per il caso Sangiorgi, il sindaco (sindaca, per la precisione) di Imola che si dimette e scappa dal Movimento Cinquestelle a gambe levate proprio in queste ore e con motivazioni che suonano come gigantesco spot negativo per i grillini in terra d’Emilia. Terra dove si gioca la “finale” per il governo il 26 gennaio, per intenderci. Con questo spirito e nei ritagli di questi (tesissimi) tempi Di Maio cerca luogo e orario per incrociare i parlamentari calabresi. «Ancora non sappiamo a che ora ci riuniamo e dove, figurarsi esiti» confessa anche con toni incazzati un deputato calabrese Cinquestelle. Non è persino escluso che alla fine Di Maio non prenderà parte all’assemblea dei senatori pentastellati ma è chiaro che è tutta strategica e politica la faccenda. Che strada prendere per le Regionali? Una via unica per tutte le realtà e un freno a mano tirato con violenza rispetto alla corsa unica con il Pd? O spazio alle scelte del territori e quindi alle indicazioni proprio dei parlamentari locali? Non male il quesito, in via generale. Scontato l’esito di Calabria se Di Maio chiede ai “nostri” un pensiero in materia. Da Morra a Nesci passando per Sapia o D’Ippolito e persino da Laura Ferrara (che dall’esterno osserva da eurodeputata) l’idea era netta già prima. Lontani chilometri sufficenti dal Pd, di cui soprattutto in Calabria c’è da vergognarsi secondo loro. Non si contano più le agenzie che in mille lingue hanno reiterato il concetto in queste settimane. Una linea anche sostanzialmente diversa potrebbe essere espressa da Anna Laura Orrico, sottosegretario in crescita nel borsino del Movimento. Poco, troppo poco per aprire al Pd in Calabria se Di Maio sceglie la strada della consultazione preventiva locale. Se poi immagina di notificare e basta, il capo politico, il discorso è più semplice. Alla larga da tutti i simboli di partito, solo incroci civici e per temi specifici partite in comune con movimenti. Tradotto, chi vuol gareggiare insieme a noi levi almeno la bandiera del partito. Quanto possa convenire a Zingaretti nascondersi del tutto di questi tempi lo si può chiedere ad Andrea Orlando, il suo vice. Che intervistato da huffpost tira fuori un piglio mica male. Se qualcuno rischia di perderci in questo pantano, questo è proprio il Pd, unica griffe che tiene il punto e non va alla deriva. E se qualcuno continuando così deve staccare la spina, dice chiaramente Orlando, questo è il Pd. Figurarsi se può passare la linea della corsa Cinquestelle-Pd in Calabria con i democratici che devono vergognarsi di esistere e di apparire. Visto da qui l’incrocio a Cinquestelle non pare avere semafori che rossi per la Calabria, a proposito dell’accordo con il Pd. Che chieda parere ai parlamentari (prevale nettamente la linea di Morra) o notifichi la sua di decisione Di Maio non avrà probabilmente molto da riflettere sulla Calabria. Sarà corsa autonoma, al più due passi con chi vorrà nascondere bandiere (e candidati uscenti per il consiglio) e palchi in comune solo su temi specifici. C’è da scegliere poi il portabandiera grillino per la corsa alla presidenza, ovviamente solo per parteciparvi. E qui sono in campo tre o quattro opzioni. Ferdinando Laghi se si deve correre non solo da soli ma contro tutto e tutti. Pippo Callipo se si deve correre da soli ma con un occhio strizzato al Pd, della serie marciamo divisi e colpiamo uniti magari alla fine, se non è troppo tardi. E poi le soluzioni “parlamentari” con deroga allo statuto. Qui si va da Morra a Nesci alla stessa Orrico, sottosegretario. Un po’ troppo spingersi fin qui in una delle giornate più intense (e cruciali) per Gigino Di Maio. Tra Costanzo la sera, il Corriere della Sera la mattina, parlamentari emiliani e calabresi a rapporto e soprattutto, come un calcio in mezzo alle gambe, le dimissioni da “grillina” del sindaco di Imola. Proprio ora e proprio con parole di fuoco che sono imbattibili come spot negativo. «Il M5s non esiste più – dice Manuela Sangiorgi -. Il M5s è morto ed è morto quando è morto Gianroberto Casaleggio. Abbiamo visto appropriarsi di ruoli apicali da parte di persone senza arte né parte, perdere sei milioni di voti in un anno e fare finta di niente». Davanti agli imolesi Sangiorgi ha detto di non sentirsi più parte del Movimento 5 Stelle – con cui aveva vinto le elezioni nel giugno del 2018 al ballottaggio strappando il 55,4% dei voti – essendo venute a mancare condizioni politiche per andare avanti. Il successo di Sangiorgi aveva segnato una sconfitta particolarmente simbolica per il centrosinistra dell’Emilia-Romagna perché Imola era sempre stata considerata un feudo inespugnabile, sia per il fortissimo radicamento del partito, sia per la presenza di moltissime grandi cooperative che per anni sono state una forma di finanziamento e di creazione di consenso per lo stesso centrosinistra. «Mi aspettavo un appoggio dal M5s nazionale, mi aspettavo fosse un salotto dei big, perché siamo il terzo comune più grande amministrato dal Movimento. Poi, quando sono andata a chiedere aiuto su questioni importanti, ho avuto risposte imbarazzanti». Nel suo addio la sindaca se l’è presa anche con il Pd che – ha attaccato – «quando ha capito che ero debole in consiglio si è insinuato e ha fatto il resto». «Fino al giorno prima – ha aggiunto – abbiamo detto di tutto al Pd, e poi ci andiamo al governo insieme? Poi abbiamo visto che bel progetto, il progetto di governo delle tasse». E infine il passaggio che in molti sono sicuri faccia più male a Gigino. «Voglio prendere contatti con la Lega, sì la Lega. Sicuramente è stata più coerente di noi… ».

I.T.