Il Pd e la “paura” delle primarie (nonostante Zingaretti…)

I nemici di Oliverio non resistono alle tentazioni giustizialiste ma temono contraccolpi se dovessero arrivare altre Cassazioni umilianti per la procura di Catanzaro. E invocano un “papa nero” da Roma subito per la presidenza della Regione, saltando le consultazioni di coalizione. Esattamente l'opposto rispetto a quello che ha indicato il segretario nazionale del partito

Si narra con una certa insistenza che in ambienti fertilmente vocati alla guerra ad Oliverio qualcuno l’altra sera ha “sbroccato”, come si dice in gergo. Esclamando irritazione e sorpresa. Insomma gli sono girati…«Ma qui la Cassazione la fa a pezzi sta storia, dove mai s’è visto un peculato dove ci sarebbe chi lo pratica ma senza moneta di scambio… Il potenziale peculante senza l’oggetto del peculato. Qui quello fa di nuovo la vittima… ». Dove “quello” è Mario Oliverio, naturalmente. Che si tiene ben custodita in cassaforte l’unica Cassazione fin qui sulle tre sberle arrivate da dicembre ad oggi dalla procura di Catanzaro. Quel pronunciamento a valle dei tre mesi invernali consumati solo e soltanto a San Giovanni in Fiore. «Chiaro pregiudizio accusatorio» dicono in un passaggio i giudici della Suprema Corte a proposito del “confino”. E l’incazzato nemico di Oliverio di cui sopra, riunito con altri in un atrio chic di Lamezia, non osa nemmeno immaginare cosa diranno un giorno gli ermellini a proposito di «un potenziale peculante senza l’oggetto del peculato». Tant’è che chiude così i nervi a fior di pelle, immaginando di rappresentare tutto un mondo e tutto un popolo. «Qui bisogna chiuderla sul malcostume, sull’incapacità a saper governare, sulla sciatteria, sulla politica insomma. La via giudiziaria non solo rischia di fallire ma di rafforzarlo del tutto… ». E il conciliabolo tra nemici di Oliverio si chiude così in un noto hotel di Lamezia che è crocevia di due coste, un’autostrada e una superstrada, un aeroporto e una stazione ferroviaria. «Dopo Sebi (Romeo) che Bombardieri ha chiarito subito che non c’entrava un cazzo con i Libri ora il peculato sulle interviste… Magari tra un po’ pure sulle cene a Reggio con i tour operatori, anzi lì no, non accadrà nulla e sappiamo perché… Roma, Roma. Deve intervenire Roma e farlo fuori sennò non se ne esce». Piccoli o grandi inconvenienti che si incontrano quando si fa il tifo per la via giudiziaria. Magari verrà fuori che dietro il festival di Spoleto Mario Oliverio nasconde il più moderno e infallibile dei peculati dei giorni nostri, vendere la Regione per vendere meglio se stesso. O invece chissà quanti soldi neri tirerà fuori la procura tra non molto. Allo stato, giusto per tornare alla riunione improvvisata di Lamezia dell’altra sera, «meglio chiuderla la faccenda sul malcostume, sulla sciatteria, sullla politica insomma» si confessano i nemici di Oliverio per farlo fuori. E chissà che in queste coordinate non vi siano argomenti più convincenti, si augurano e non senza alcune ragioni. Anche perché nel frattempo Oliverio, quasi avesse risposto con movenza politica alle carte (per lui evidentemente altrettanto “politiche”) della procura e della Finanza tira fuori i soldi in giunta nello stesso giorno per le primarie istituzionali. Della serie, vado avanti e per “legge” con le primarie. Che non sono i gazebo improvvisati con i militanti dentro ma il seguito ad una legge regionale che Agazio Loiero aveva fortemente (e furbescamente) voluto nel 2009 (poi non applicata). Ora chi vuol candidarsi alle primarie istituzionali potrà farlo, nei tempi e nei modi che saranno indicati strada facendo. Centrodestra e centrosinistra, ovviamente. Dalla riva destra del fiume solo silenzi (per ora) ma è invece dalle parti del Pd che arrivano i primi “fulmini”, anche se senza “tuoni” per ora. Suggestiva la faccenda, perché proprio il Pd e il suo “mondo” le hanno generate come status le primarie, mutuandole dal modello americano. Eppure a stretto giro non sono arrivate bottiglie di spumante ma moniti e avvertimenti, a cominciare dal commissario (?) Graziano. «Occorre una svolta, nel segno dell’unità e del rinnovamento. Ma una svolta. Il Pd è ostaggio di questa esperienza di governo regionale». Tradotto, inutile contarsi, liberiamo intanto il partito che è “prigioniero” del giudizio su Oliverio. Magari sarà anche vero il contrario ma in ogni caso se Graziano ha ragione, e potrebbe averne, gli risulterà facilissimo a questo punto fare un nome che superi le chance di Oliverio riscuotendo consensi in tutte le aree e correnti regionali di partito. Quasi a furor di popolo. Anzi, viene da chiedersi come mai non l’ha fatto filtrare fin qui, il nome “magico”. In caso contrario toccherà dare credito invece a chi sostiene, altrettanto convintamente, che invece Graziano nomi non ne ha, non gliene hanno fatti ancora nell’orecchio semplicemente perché non ce ne sono. Alza la palla per una schiacciata che non schiaccia nessuno però. Il nome che mette tutti d’accordo, in silenzio in un angolo del potere, non c’è. Almeno fino a questo punto, al netto delle millanterie. Tant’è che si rialza la palla ma stavolta la si sposta su Roma, dentro il Nazareno. Alla ricerca del “papa nero”, del nome forte e punitivo e indiscutibile che può fare solo Zingaretti. Che invece, solo tre settimane fa e a conclusione dell’assemblea nazionale, predicava il contrordine alla rivoluzione copernicana. Basta con il centro che detta il format alle periferie. Vogliamo che siano i territori a dirci come si vince…Già. Magari anche come si perde…

I.T.