Sanità, sono due i punti nascita da chiudere in Calabria

Secondo il report del Corriere della Sera sia a Cetraro che nel Basso Jonio ci sono meno di 500 nascite all'anno

Finirà che se non ci arriva da sola la “cosiddetta” regnanza politica, come è noto impegnata in medioevali difese di campanili, farà prima il ministero della Salute. Con la razionalità dei numeri. È chiuderà quello che deve chiudere perchè considerato “sprecato” e fuori mercato. Come i punti nascita di Cetraro e del Basso Jonio, per esempio. Che secondo un report dell’inserto Economia del Corriere della Sera producono meno di 500 parti all’anno, considerata soglia minima questa in grado di giustificare il punto stesso. Al di sotto di questo standard è improponibile il punto nascita all’interno dell’ospedale. Del resto poi l’anomalia del “caso Cetraro” non è roba di oggi, o solo di oggi. Con la logica del campanile (e del baronato politico) che difende l’ospedale puntando a far fare di tutto e di più e con la logica della razionalizzazione delle forze in campo che porta da tutt’altra parte. Ci aveva pensato Scura nel 2016 a separare in “casa” i gemelli, Paola e Cetraro. Facendogli fare cose diverse e diversamente complementari. A Paola le urgenze e la chirurgia (comprese le nascite) e a Cetraro il resto. Anche perchè a Belvedere insiste tutt’ora un centro per le emergenze. È finita invece con una specie di anarchia dove in difesa del “cortile” ognuno prova a fare di tutto e di più. Finché non ci pensa la “natura” a mettere le cose a posto. E a meno che non ci si metta a fare più figli dalle parti di Cetraro e del Basso Jonio il destino sembra segnato per i punti nascita dentro gli ospedali.