Sanità, un caso “sospetto”. Si opera all’anca, muore 10 giorni dopo

Non ce l'ha fatta Massimo Luppino, 60 anni, figura storica del reparto di Radiologia dell'ospedale Pugliese di Catanzaro. In una clinica privata del capoluogo gli viene applicata una protesi all'arto inferiore ma dopo qualche giorno finisce in ospedale in gravissime condizoni. Nei giorni scorsi il decesso per sospetta sepsi

Il giorno dopo l’intervento stava così bene che quasi quasi si rammaricava di non poter andare a Reggio la domenica successiva, giorno del derby tra Reggina e Catanzaro, a tifare per la sua squadra del cuore. «Scherzava con tutti, come sempre, e non vedeva l’ora di uscire», ricordano i parenti. È mercoledì 23 gennaio. Massimo Luppino, 60 anni, figura storica del reparto di Radiologia dell’ospedale Pugliese di Catanzaro, ha una protesi all’anca da appena 24 ore. Un intervento programmato. Gli è stata applicata, la protesi, il giorno prima nel corso di un intervento chirurgico effettuato presso una nota clinica della città. Sta bene quel mercoledì Massimo, è di ottimo umore. Nessuno può immaginare che per lui è pronto un tragico copione che da giovedì 24, giorno in cui inizia a star male, lo condurrà fino alla morte nella notte tra il 2 e il 3 febbraio nel reparto di Rianimazione proprio del Pugliese, la sua “seconda casa”. In dieci giorni l’inarrestabile baratro e il suo cuore che cessa di battere persino nonostante le sollecitazioni delle macchine suppletive. Gravissime le condizioni di Massimo Luppino all’arrivo al Pugliese e via via disperate in un progress senza soluzioni di continuità. «Ad un certo punto lo abbiamo trovato giallo, non urinava e lui stesso chiedeva di guardare nella sacca perché qualcosa aveva intuito. E aveva febbre e diarrea… » continuano a ricordare i parenti. Siamo nella clinica di cui sopra, il fine settimana del dopo intervento si avvicina. È venerdì 25 gennaio, Massimo sta sempre peggio. Domenica 27, sempre i parenti, lo trovano spostato di stanza e da solo e sempre più giallo e sempre senza urina nella sacca, «o pochissima. Ma a noi s’è detto sempre di possibile influenza, anche se pare subito contrastata con terapia antibiotica. Poi la domenica lo abbiamo trovato in una stanza da solo…». La mattina dopo, siamo a lunedì 28, Massimo Luppino lascia la clinica ma lo fa in ambulanza e con la sirena. Lo attende, d’urgenza, l’ospedale Pugliese, la sua “seconda casa”. Qualcuno e da un paio di giorni prima, proprio dalla clinica, avrebbe anche allertato l’infettivologo dello stesso ospedale. Qualcosa evidentemente non tornava. Al Pugliese Massimo arriva in condizioni gravi, se non di più. Sta male da giovedì in clinica ma solo dopo 4 giorni la lascia per correre in ambulanza in ospedale. Viene ricoverato nel reparto di Medicina d’urgenza, ha problemi respiratori ma non sempre ha bisogno ancora del respiratore. È lucido, anche se debole, e conserva il buon umore di sempre, persino incoraggiante. In un angolo del corridoio alcuni medici parlano di un arrivo «in condizioni disperate, gli organi vitali sono praticamente morti. Il sospetto forte è per una sepsi conclamata, causata o dal moncone della protesi o da un batterio contratto nel corso dell’intervento» confessa sempre un parente (ne sono davvero circolati tanti in quelle drammatiche ore). La situazione si aggrava ben presto. Nella notte tra martedì 29 e mercoledì 30 Massimo Luppino conosce prima il reparto di Rianimazione, poi quello di Cardiologia, poi ancora Rianimazione (da dove non uscirà più vivo). Embolia polmonare e almeno quattro arresti cardiocircolatori per lui. Esami su esami e potente terapia antibiotica, nella speranza di bloccare almeno la progressione della sospetta infezione. Ma i colleghi di Radiologia che entrano in Rianimazione ne escono sotto choc. Dietro l’angolo c’è il coma farmacologico. La situazione è disperata ma si combatte. Combattono i medici e combatte soprattutto lui, Massimo. Che non cede. Spunta (non si sa da dove) anche l’ipotesi di due valvole cardiache che non sarebbero state trovate in piena forma in sede di intervento «ma Massimo stava benissimo e ora non è il cuore a tradirlo ma i reni che non funzionano più» confessa un altro parente ancora. Non una dialisi ma due, è la decisione dei medici del reparto. È questo l’ultimo estremo tentativo. Siamo all’inizio del fine settimana a cavallo di fine mese. Se non inizia a funzionare anche poco uno dei due reni è finita, dicono tutti i medici a parenti e amici, «gli organi sono completamente consumati dalla presunta infezione». Insufficienza multipa degli organi, è lo “scenario” scientifico. Che sempre morte significa. Che arriva, puntuale e fredda. Le dialisi non sortiscono alcun effetto e la pressione sanguigna è percettibile ormai solo dagli strumenti più sofisticati. È la notte tra sabato 2 e domenica 3 febbraio. La notte della morte. La “notte” di Massimo, «il radiologo che aiutava tutti e che non si negava a nessuno, l’amico che ci mancherà per sempre perché aveva un cuore buono» urla un collega nella chiesa gelida di San Giovanni il giorno dopo, il giorno delle esequie. È lunedì 4 febbraio. Vento freddo e pioggia ma cuori caldi in una chiesa che a stento contiene fino a fuori parenti, amici, semplici conoscenti ed estimatori di Massimo. «Impossibile non ricordarsi di lui, un bonaccione, non ho più lacrime» sospira un altro amico ancora. «E dire che non voleva operarsi, fino all’ultimo era in dubbio…!» si lascia scappare un altro parente ancora mentre fa capolino anche in chiesa il colore (giallorosso) «del suo terzo amore» sottolinea dal pulpito un altro amico commosso che a stento tiene il microfono. La famiglia e Mattia il primo amore, suo figlio 15enne, «vivevano in simbiosi». Poi il lavoro, e poi il Catanzaro. E c’è da scommettere che domenica allo stadio lo ricorderà anche la curva, quella dei tifosi. Perché Massimo, il radiologo “buono” «che aiutava tutti» e che in 10 giorni ha conosciuto la morte dopo un “ordinario” intervento all’anca, «è impossibile dimenticarlo…».

 

 

d.m.