La (piccola) crescita “infelice” del Sud

Per lo Svimez il Mezzogiorno dà inevitabili segnali di ripresa (Calabria al 2%) ma il Nord corre più forte e aumenta il divario

 Nel 2017, Calabria, Sardegna e Campania sono le regioni meridionali che hanno fatto registrare il piu’ alto tasso di sviluppo, rispettivamente +2%, +1,9% e +1,8%. Si tratta di variazioni del Pil comunque piu’ contenute rispetto alle regioni del Centro-Nord, se confrontate al +2,6% della Valle d’Aosta, al +2,5% del Trentino Alto Adige, al +2,2% della Lombardia. Questo è quanto emerge dal rapporto annuale Svimez.

Guardando allo scorso anno, il rapporto Svimez spiega che la crescita e’ stata legata al forte recupero del comparto manifatturiero. “Nel 2017 – si legge – il Pil e’ cresciuto nel Mezzogiorno dell’1,4%, rispetto al +1,5% nel Centro-Nord (+1,5%). L’anno precedente al Sud era aumentato del +0,8%. Prosegue quindi la lenta ripresa, seppur in un contesto di grande incertezza e col rischio di una frenata dell’economia meridionale. La crescita e’ legata al forte recupero del comparto manifatturiero (+5,8%), in particolare nelle attivita’ legate ai consumi, e, in misura minore, delle costruzioni (1,7%). I positivi segnali di ripresa dell’ultimo triennio dal 2015 al 2017 testimoniano la graduale uscita dalla crisi dell’industria manifatturiera nel Mezzogiorno, che ha realizzato un recupero piu’ che doppio rispetto al resto del Paese.

   La crisi geopolitica nell’area del Mediterraneo ha favorito i flussi turistici verso il Sud nel 2017, con un aumento del valore aggiunto del 3,4%, un numero di viaggiatori stranieri nel Mezzogiorno cresciuto del 7,5%, un incremento della spesa turistica del 18,7%. I consumi finali interni nel 2017 sono moderatamente cresciuti nel Mezzogiorno, +0,8%, la ripresa e’ stata trainata dagli investimenti privati, che nel Sud sono aumentati del + 3,9%, l’aumento degli investimenti al Sud ha riguardato tutti i settori. L’incremento e’ stato lievemente superiore a quello del Centro-Nord (+3,7%), pur se, rispetto ai livelli pre crisi, gli investimenti fissi lordi sono cumulativamente nel Mezzogiorno ancora inferiori del -31,6% (ben maggiore rispetto al Centro-Nord, -20%). Dalle stime Svimez, emerge una forte disomogeneita’ della ripresa nelle regioni, anche se il triennio 2015-2017 conferma che la recessione e’ ormai alle spalle per tutte: gli andamenti sono, pero’, alquanto differenziati, sia sul piano regionale che su quello settoriale, soprattutto nel Mezzogiorno.

POVERTA’ ASSOLUTA ANCHE NELLE AREE METROPOLITANE DEL SUD

Nel 2017 i poveri assoluti sono saliti poco sopra i 5 milioni, di cui quasi 2,4 milioni nel solo Mezzogiorno (8,4% e 11,4% dell’intera popolazione rispettivamente). Le famiglie in poverta’ assoluta nel 2016 erano 700 mila nel Mezzogiorno e sono divenute 845 mila nel 2017. E’ quanto rileva il rapporto Svimez presentato oggi. Nell’area meridionale piu’ di un quarto delle famiglie, coppie e monogenitori, con figli adulti, si collocano nella piu’ bassa fascia di reddito, per giungere addirittura a circa la meta’ della popolazione se si parla di famiglie con figli minori. L’incidenza della poverta’ assoluta aumenta nel Mezzogiorno soprattutto per il peggioramento nelle grandi aree metropolitane (da 5,8% a 10,1% nel 2017). Inoltre nelle regioni del Sud Italia l’incidenza della poverta’ relativa risulta piu’ che tripla rispetto al resto del Paese (28,2% a fronte dell’8,9% del Centro-Nord), a seguito del basso tasso di occupazione e di un reddito pro capite pari a circa il 56% di quello del Centro-Nord.

 

CONTINUA LA FUGA DEI CERVELLI

Il Mezzogiorno perde popolazione e rischia di diventare “l’area d’Italia maggiormente ridimensionata e piu’ invecchiata”. Queste le previsioni della Svime, il cui rapporto e’ stato presentato oggi alla Camera dei Deputati. “Le perdite di popolazioni piu’ rilevanti – spiega il dossier – si registrano proprio nelle regioni meridionali: -146 mila abitanti solo nel biennio 2016-2017. E’ come se sparisse da un anno all’altro una citta’ meridionale di medie dimensioni. E’ un fenomeno che riguarda tutte le regioni del Mezzogiorno, con la sola eccezione della Sardegna. Il peso demografico del Sud diminuisce ed e’ ora pari al 34,2%, anche per una minore incidenza degli stranieri (nel 2017 nel Centro-Nord risiedevano 4.272 mila stranieri rispetto agli 872 mila nel Mezzogiorno). Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno un milione e 883 mila residenti: la meta’ giovani di eta’ compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si e’ trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati”.

Secondo le previsioni Istat e Svimez, “si delinea per i prossimi 50 anni un percorso di forte riduzione della popolazione, in particolare nel Mezzogiorno, che perdera’ 5 milioni di abitanti, molto piu’ che nel resto del Paese, dove la perdita sara’ contenuta a un milione e mezzo. Cio’ avviene perche’ al Sud non solo ci sono sempre meno nati ma c’e’ anche un debole contributo delle immigrazioni. Tutto cio’ fara’ dell’area meridionale quella piu’ invecchiata dell’Italia e tra le piu’ invecchiate dell’Ue. Cio’ che preoccupa maggiormente e’ che l’eta’ media al Sud crescera’ dagli attuali 43,1 anni, ancora piu’ bassa di quella registrata nel Centro-Nord, ai 51,1 anni nel 2065. Alla fine dell’intervallo di previsione, il Mezzogiorno risultera’ l’area d’Italia maggiormente ridimensionata e piu’ invecchiata”.