L’ispezione ministeriale che inguaia Lucano (e che lui stesso ha voluto)

È del dicembre del 2016 l'atto conclusivo di un controllo prima interno (voluto dallo Sprar nazionale) e che poi il sindaco di Riace, sfidando la prefettura, ha amplificato e consegnato di fatto alla procura

DI DOMENICO MARTELLI

Si chiama Salvatore Gullì l’uomo in “grigio” e con fare puntiglioso e severo. Lo temono tutti del resto e non a caso, per conto della prefettura di Reggio, ha gestito provvisoriamente tra gli altri il Comune di San Luca. Non proprio un condominio di Trento. È suo l’autografo conclusivo all’ispezione sul “modello Riace”.

Siamo a fine anno del 2016 e siamo sotto l’egida del ministero degli Interni guidato da Marco Minniti. Una ispezione con più ombre che luci. Dura, a tratti con profili inevitabilmente penali alcuni dei quali arrivati d’ufficio sul tavolo della procura. Ma quello della prefettura che è poi valso il blocco dei fondi anche da parte del ministero non è il primo “scatto” alla foto di gruppo.

È un atto conclusivo, il sequel inizia prima. Non molto, ma inizia prima. Da una ispezione rituale e a ritmo semestrale a cura dello Sprar nazionale, l’ente che poi è chiamato a controllare in qualche modo tutti i progetti d’accoglienza che aderiscono e di conseguenza i Comuni che ci vanno appresso. E qui passiamo ad una donna, tecnicamente non estranea alla materia e con un retaggio politico ben identificato nell’emisfero dell’accoglienza multicolor. Si chiama Enza Papa, è tutor per i progetti Sprar per la provincia di Reggio. Si occupa con cadenza semestrale di dare un’occhiata dentro i progetti periferici, nel cuore dell’estate del 2016 tocca proprio a Riace.

Evince delle criticità che non manca di far notare tanto al Comune guidato da Mimmo Lucano quanto all’ente che sovraintende e al quale deve dar conto e cioè allo Sprar.

Criticità anche importanti che però si alimentano, per statuto, di una particolarità. Non hanno rilevanza né civile né penale né amministrativa ma sono solo da recepire come delle dritte, dei consigli, dei correttivi.

Del resto è lo Sprar che controlla le sue stesse intercapedini e ha tutto l’interesse a risolvere dentro gli “spogliatoi” ogni faccenda.Mimmo Lucano, che nel frattempo è al top della fama e le riviste internazionali lo collocano tra i 50 uomini più influenti del Paese, la prende male. Molto male. Non ci sta. Non incassa i rilievi e men che meno li recepisce come dei consigli. Ci vede dell’altro dietro ed è convinto invece di aver sempre agito e di aver guidato la gestione del “modello” consostanziale correttezza.

E passa al contrattacco. Mediatico, simbolico, formale ma anche denso di sostanza. È lui stesso che prende l’iniziativa e scrive di suo pugno una lettera al prefetto sollecitando una vera e propria ispezione.

Questa sì esterna e formale e senza barriere di protezione e soprattutto senza un finale già scritto o che si può in qualche modo contenere. Una ispezione in mano a Gullì che va a spulciare tra tutte le carte.

Ci sono “luci” nel modello, anche rintracciate con dialettica irrituale per essere una ispezione prefettizia. Ma anche tante “ombre”.

Sono dodici i capitoli dell’ispezione con all’interno evidenti «irregolarità amministrative». Un «palese danno erariale per quanto riguarda alcune poste di bilancio» nonché dei «profili penali tutti da chiarire». La colpa delComune guidato da Lucano sarebbe stata quella di non aver controllato le spese e la relativa documentazione presentata dai gestori dei progetti. Sei cooperative che ogni anno hanno gestito poco meno di due milioni di euro.Convenzioni stipulate «senza una gara pubblica», questo contestano tra l’altro gli ispettori. Contrattualizzate «per chiamata diretta o fiduciaria» chesi possono giustificare ogni tanto «ma non come sistema». Criteri di selezione ampiamente e assolutamente personali e discrezionali – si legge ancora nella relazione – lesivi della concorrenza, che non sembrano conformi ai principi di imparzialità e trasparenza».

I funzionari hanno rilevato come questi atti «non prevedono contenuti essenziali quali l’applicazione di penali nel caso di inadempienze, la risoluzione del rapporto e la specifica e complessiva dotazione di personale e relative professionalità da impiegare».

Capitolo importante della relazione è quellopoi dei fitti delle case per i migranti. Più di 200mila euro all’anno ai privatiper le abitazioni da offrire. Abitazioni che «vengono reperite direttamente e autonomamente dagli enti gestori, senza adeguate ricerche di mercato».

«I canoni di locazione – scrivono gli ispettori – non appaiono congrui rispetto al mercato immobiliare locale. Nonostante la classificazione catastale risulti essere spesso A3 (abitazioni economiche) la media dei fitti pattuiti non è quasi mai inferiore ai 300 euro mensili». E poi l’accusa o l’ombra più nera di questo capitolo, «ci sono proprietà di alcuni immobili riconducibili a soggetti legati da vincoli di parentela con personale degli enti gestori». I 70 operatori (che costavano 600mila euro all’anno) «sono stati assunti tramite chiamata diretta fiduciaria e i relativi curricula vitae trasmessi al ministero solo di recente». Naturalmente da qui parte l’inchiesta della procura che conosce l’epilogo (temporaneo) di oggi per ramificazioni di riflesso. E cioè favoreggiamento all’immigrazione clandestina e organizzazione di matrimoni di comodo, oltre che affidamento di lavori per raccolta rifiuti che non avrebbero rispettato i criteri minimi di legge. Per il resto e cioè per l’intera gestione amministrativa finita sotto la lente dell’ispezione prefettizia il gip riconosce in qualche modo la “colpa” ma non il “dolo”. Evidenziando, semmai, importanti lacune e superficialità sul piano investigativo.

La procura ha già annunciato che ricorrerà su questo perché ritiene invece che il “dolo” sia da rintracciare proprio nell’eccesso seriale di “colpa” a proposito della gestione milionaria dei fondi. E tornerà all’attacco sulla complessità del “modello Riace” proprio a partire dalla relazione della prefettura. Che Lucano ha voluto, in qualche modo “sfidandola”. E che Lucano evidentemente non teme convinto com’era e com’è che la verità è l’unica cosa che vale la pena di inseguire in casi del genere. Nell’interesse di tutti.