Ancora un agguato al “re” del bergamotto. «Un pezzo dello Stato lavora per le cosche»

Altri 230 alberi d'ulivo distrutti dalla 'ndrangheta (con le "vacche sacre") di proprietà dell'azienda di Bruno Bonfà. «È un braccio di ferro, vogliono prendermi tutto e forze di polizia e servizi deviati sono con loro dagli anni dei sequestri in Aspromonte. Mi appello a Salvini, e a Magorno..»

E ci risiamo. Ecco un’ennesima devastazione ad opera delle “vacche sacre” ( i bovini delle cosche che si mangiano le terre) nell’azienda di Bruno Bonfà. Ieri 230 alberi di ulivo sono stati completamente distrutti.

Danni, fortunatamente, almeno questa volta, visti e certificati dai carabinieri e dagli uomini della scorta dell’imprenditore di Samo.

“Non c’è la faccio più. E ‘ dal 1991 (anno in cui  stato ucciso, in circostanze ancora irrisolte il padre ndr) – sbotta Bonfà –  che ogni qualvolta porto avanti un’iniziativa colturale subisco un’azione uguale e contraria che danneggia pesantemente il lavoro svolto”. La tenacia e la perseveranza dell’imprenditore agricolo vessato dalla ‘ndrangheta è messa continuamente a dura prova. ” Non so più che fare. Se avvio una coltura – spiega l’imprenditore –  subisco  danni a piante e frutti da “vacche sacre”, incendi o danneggiamenti vari. Se, invece, provo a proteggere almeno gli alberi, lasciando i rovi mi accusano di incuria e abbandono. Qualunque cosa io faccia la mia azienda ne risente pesantemente”.

La battaglia di Bonfà per vedersi riconosciute le gravi perdite subite negli anni dalla ‘ndrangheta sono ancora in corso. Al momento il 70% dell’azienda è in ginocchio ed è operativo appena il 30%. Nonostante  ciò, Bonfà è leader nazionale nelle produzioni di bergamotto.

Sebbene si sia sempre rimboccato le maniche, ogni qualvolta ha subito gravi danneggiamenti, solo l’impegno e la forza di volontà dell’imprenditore agricolo non sono sufficienti. Dallo Stato come indennizzo ha ricevuto, dopo un lungo contenzioso, appena 270mila euro, in più tranche, nonostante una perizia datata 2005 certifichi danni in azienda per oltre 10 milioni di euro.  E secondo la legge 44/99 lo Stato potrebbe risarcire fino a un massimo di 3 milioni di euro a richiesta.

Perché alla luce di tali danni, non c’è mai stato il giusto riconoscimento? La risposta è semplice, almeno per Bonfà: la ‘ndrangheta vuole impossessarsi dell’azienda e ha fatto e fa di tutto per arrivare al suo scopo, servendosi anche di  forze investigative deviate. Ieri, al tempo dell’uccisione del padre, i militari corrotti, non sono andati fino in fondo e anzi, avrebbero avuto a che fare con i sequestri di persona in modo diretto. Mentre dal 1991 ad oggi continuano a rappresentare alla magistratura di Locri una visione distorta e al ribasso dei danneggiamenti subiti dall’azienda.  E soprattutto, ci sarebbe “un’imposizione mafiosa volta a non far ricostruire l’azienda”.  Duplice il risultato per la criminalità: evitare che l’azienda acquisisca il giusto indennizzo per rimmettersi in sesto così da andare in malora e metterci le mani senza colpo ferire.

Le denunce sui presunti legami e la richiesta di accertamento di eventuali militari collusi e corrotti ( es servizi segreti deviati) è già sul tavolo delle istituzioni preposte.

Ma Bonfà vuole di più ecco perché si è rivolto direttamente al ministro dell’Interno Matteo Salvini chiedendo  la sua presenza in azienda. “Facile andare  nell’aziende confiscate alla mafia. Ci vuole più coraggio, invece – dice l’imprenditore –   andare in quelle aziende, come la mia, vittime di continue vessazioni e minacce da parte della ‘ndrangheta”. L’invito a Samo è rivolto anche al procuratore nazionale antimafia De Raho, al procuratore distrettuale di Reggio Calabria Bombardieri, al prefetto di Reggio Calabria e al commissario straordinario del governo.

Ma se lo Stato ci vuole essere, deve esserci sempre. E non solo a parole. Per far ripartire seriamente l’azienda oltre agli attestati di solidarietà e alle passatelle ci vuole  di più. Serve il giusto indennizzo economico per i danni causati dalla ‘ndrangheta, o meglio da certi ambienti mafiosi di Bianco.

Ecco perché si rende necessario l’invio di forze investigative esterne e avulse dalla compagnia di Bianco . “E’ l’unico modo – dice l’imprenditore –  per riuscire ad evitare che le indagini siano inquinate o manipolate”.   

Un ultimo appello Bonfà lo rivolge ad Ernesto Magorno, deputato calabrese componente del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, organo del Parlamento della Repubblica Italiana che esercita il controllo parlamentare sull’operato dei servizi segreti italiani.

Per avere risposte domani è necessario indagare nel passato.

La domanda è sempre una: “E’ vero che la ndrangheta, all’epoca dei sequestri di persona, fu aiutata da carabinieri “deviati” e collusi?” Per scoprire se i carabinieri siano stati “collusi” ed abbiamo avuto le mani in pasta nei rapimenti prima e nelle intimidazioni oggi è necessario – suggerisce Bonfà – “seguire i soldi”. Ovvero fare un accertamento patrimoniale a tutti i carabinieri tra appuntanti, marescialli e capitani che abbiano preso servizio tra gli anni a 88/92  nelle caserme della giurisdizione di Bianco.  Dopotutto, sono passati ormai più di venticinque anni e qualche carabinieri implicato nei sequestri di persona potrebbe “godere” della ricompensa ricevuta per aver reso possibile, partecipato o solo taciuto i sequestri di persona a La Verde.

La domanda dunque è una: “Onorevole Magorno, il Copasir è disposto a indagare sullo stato patrimoniale dei militari in servizio tra gli anni 80 e 90 nel territorio di Biaco a Reggio Calabria. Oppure no?”

Valeria Esposito Vivino